Metal Reviews

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Contemporanea::.. John Williams - Return Of The Jedi

Con il Il Ritorno dello Jedi si arriva alla conclusione di una delle più amate saghe di fantascienza che il mondo ricordi. Fin dal primo film, Star Wars conferma il suo posto nella storia del cinema anche grazie alla firma della colonna sonora, eseguita sempre da John Williams e dalla London Symphony Orchestra.Il suo tema principale e quello cosiddetto "del Lato Oscuro" sono conosciuti ed (ab)usati anche da autori che con la serie non c'entrano nulla; ma in questo caso i temi differiscono perché, per dare corpo all'ultimo capitolo, occorreva una musica dalla solennità superiore e capace di un forte coinvolgimento: nella pellicola si arriva agli scontri finali (la famosa scena delle spade laser), alla pace ed alla scelta del definitvo lato della Forza. Quest'ultima parola potrebbe bastare per definire l'intero lavoro de Il Ritorno dello Jedi, un'opera in grado di riprendere senza affanno i vecchi temi e trasformarli in qualcosa di ancora più corposo, creando al contempo atmosfere nuove e stimolanti.Dopo l'iniziale Main Title/Approacching the Death Star, una reprise molto nota anche se incupita rispetto all'originale nella sua sezione conclusiva, si prosegue con Han Solo Returns (At the Court of Jabba the Hutt) dove la chiarezza e la solennità fanno posto a toni alti e veloci che si alternano con armonie soffuse ed appena accennate, il cui scopo é di seguire l'"intrufolarsi" di Luke nel palazzo. Anche qui la tensione é la principale caratteristica, ma non mancano innovazioni come gli accenni a certi brani storici, come per esempio La Cavalcata delle Valchirie (citazione finissima a 5:18). Si entra così nel vivo del film: la presenza di Darth Vader é forte ed oppressiva in The Emperor Arrives ma tutto si addolcisce nella traccia successiva, The Death of Yoda. In questi sei minuti John Williams riesce a creare una melodia morbida nella quale si susseguono con grazia brandelli di temi classici della saga in modo da esaltare l'importanza del saggio maestro Jedi e consacrarlo come un eroe; si riesce ad avvertire anche una speranza per il futuro (un'atmosfera che ben si lega agli sguardi dei protagonisti del film in questo frangente). E' da prendere per buona la traccia dedicata a Luke and Leia, anche questa molto dolce e speranzosa e adatta quasi ad un film romantico; se non fosse che i due protagonisti non possono essere romantici...In Into The Trap un suggestivo sottofondo ritmato, suggerito dai tamburi, accompagna una sequenza -molto stravinskijana- dove la sensazione di accerchiamento é crescente, in un momento in cui la presenza di Dart Vader diventa la costante. The Final Duel/Into the Death Star non delude le aspettative musicali: innanzitutto perché si apre in modo sì imponente, ma anche inaspettato (piena di malinconia per via della relazione tra i due combattenti); in seconda battuta, da 0:45, si riapre alla tensione e i due lati della Forza si affrontano con l'aiuto di micro melodie diverse che si alternano, come fossero a tempo con le spade laser. Nonostante la mano del maestro si riconosca sempre, un bel pezzo che sembra distinguersi dagli altri é The Emperor's Death in cui si fondono voci gregoriane ad una musica particolarmente cupa; paragonandolo alla The Death of Yoda si ottengono due interpretazioni diverse della morte -a seconda del lato della Forza scelto- e si crea un confronto utile alla comprensione della filosofia che si cela dietro Star Wars.Le danze si chiudono con Ewok Celebration, ovvero con un brano che riunisce (di nuovo) alcuni frammenti dei temi più importanti con un nuovo senso di libertà e di vittoria, lasciando scivolare la chiusura di tutta l'esologia con leggerezza.La "Forza" di questa colonna sonora sta proprio nella capacità di John Williams di creare il nuovo dal tradizionale e di renderlo più vario e più articolato; l'appartenenza alla saga di Star Wars non viene tradita, ma la grandezza dell'ultima pellicola è resa in maniera trionfale, in quanto -lo ripetiamo- non manca mai la solennità adeguata. In generale nei suoi lavori viene sempre trovato un equilibrio tra la colonna sonora (e le ferree regole imposte dalle esigenze cinematografiche) e l'armonia della musica pura; il risultato é il coinvolgimento più autentico sia del pubblico che dell'ascoltatore. Infine una curiosità: in quest'opera la scelta di un finale molto leggero e arioso é un espediente che interpreta uno dei messaggi chiave della saga, ovvero l'assenza di qualsiasi riferimento temporale e spaziale, che permette di sviluppare idealmente ad libitum la struttura filmica e musicale.
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Bruce Lamont - Feral Songs For The Epic Decline

Una sorta di one-man band. Bruce Lamont è un personaggio molto specifico, più noto nell’ambiente per aver imprestato i suoi servigi a tante band, anche non propriamente metal (Nachtmystium, Locrian, Sigh, Minsk, Brutal Truth eD altri). Lui, frontman degli Yakuza, è di fatto un polistrumentista, padroneggia chitarre, sassofono, canta, se la cava con gli ingegnosi aggeggi elettronici per uso di loop e campionamenti. E proprio immettendo tutto questo arsenale musicale, esordisce nel 2006 muovendosi su terreni ambient, progressive e sperimentali, un po’ come fa in compagnia della sua anomala band di appartenenza, creatura inconsueta nel metalrama come si intende per stereotipi. Impegnato in diversi progetti, uomo iperattivo, suona per un numero di proposte disparate e in più è il perno nodale dei Led Zeppelin 2, cover band di buon successo negli Usa, indovinate di chi? Il presente Feral Songs For The Epic Decline è il suo debutto ufficiale sulla lunga distanza, visto che, a luglio 2006, Lamont incide qualche traccia, per la precisione tre, doppiate nel 2007 da altre quattro perfezionate lo scorso anno: l’assemblaggio del tutto ha dato linfa a un reale album d’esordio. Il primo pezzo ha un andirivieni che mi ricorda la primissima scena di Seattle del pre-grunge, eccessivamente lamentosa, guarnita da melodie dal vago sapore tibetano e discordanze armoniche. Voce un pò Eddie Vedder, One Who Stands On The Earth ha qualche incursione nell’industrial più leggero e nel dark quasi ottantiano, un miscuglio di dna difficili da unire. Spunta il sax, poi loop e rumoristica, undici minuti e mezzo molto variegati, una vera e propria suite in chiave decisamente modernista. Di non facile digeribilità ma apprezzabile. The Epic Decline, secondo frammento, è infarcito di richiami cinematografici a mo’ di colonna sonora, ricordandomi anche atmosfere alla Depeche Mode dei primi tempi, Year Without Summer, titolo molto gustoso, è dilatata, paranoica, con suoni al limite della cacofonia non distorta, una sorta di viaggio interiore da esteriorizzare. The Book Of The Law è Pink Floyd: una tastiera greve, ideale compagna di viaggio per un horror-movie a tinte psicologiche inquietanti, perché il pezzo è minaccioso e rumorista senza alcun accenno vocale: una scelta coraggiosa ma premiante. Una track che sa inserire angoscia misurata nell’ascoltatore, rafforzata sul finale da colpi di tamburo scarni ma ossessivi. Disgruntled Employer, segnale numero cinque della track list, si apre con un sax solare, quasi inaspettato rispetto alle precedenti arie, ma poi con un gioco di loop, proprio su quello strumento, si inacidisce e si estende a più non posso, mentre la penultima song parte con uno strano riverbero sulla chitarra che scaturisce effetti lisergici fino a quando non scoppia una rivoluzione con voci growl e urla agghiaccianti; da guardarsi attorno per l’inquietudine. Conclude questo stranissimo cd la numerologia di 2 Then The 3, traccia rilassata e dai climi insolitamente sereni e levitanti, quasi un pezzo alla Vangelis fino a quando non entra la vocalità che lega il tutto in maniera cantilenante ma interessante. Termina il playing e la sensazione che si fa strada è: in questi solchi c’è insospettabile arte. Si, perché chi vuole cavalcare la tigre delle mode per vendere tante copie, non potrebbe mai, nemmeno pensare, di scrivere e pubblicare musica di questo tipo. Siamo in presenza di sperimentalismo, voglia di mischiare generi e soprattutto idee, azzardi a sette note e tanta avanguardia musicale. So che quest’ultima definizione potrebbe scatenare ridde di polemiche ma, in questo momento storico, ritengo che ogni ascoltatore abbia un’infinità di scelte su cui poter porre la propria attenzione. Un prodotto ben fatto, anche se a rate negli anni, una resa ottimale ma non per tutti, è giusto sottolinearlo. Solo chi è particolarmente “open minded” potrà apprezzare le parti racchiuse di questo Feral Songs...: i contenuti stessi faranno selezione spietata. Come è giusto che sia.
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Etrusgrave - Tophet

Degli Etrusgrave ci siamo già occupati in occasione della recensione della loro prima fatica. Come si evinceva chiaramente dalla stessa non si tratta certo di una band improvvisata, potendo contare su un pezzo da novanta dell'epic nazionale come Fulberto Serena, mente musicale di una lunga parte della carriera dei mai troppo osannati Dark Quarterer, punto fermo della scena epic nazionale e non.Il nuovo disco del combo Toscano si presenta, come è del tutto lecito attendersi, pienamente epic fin dall'enigmatico titolo: la parola Tophet identifica infatti, -per quanto mi risulta- un'area consacrata di attribuzione punico-fenicia probabilmente usata per la sepoltura dei resti combusti dei rituali sacrificali anche infantili, di cui si trovano tracce anche in Sicilia. Insomma... Uno spunto che ben si presta per l'epic tutto basato su solenni tempi medi degli Etrusgrave, alleggeriti da una certa vena progressive di fondo. Dopo Nothung Schvert, un intro piuttosto lungo che nella parte finale offre un retrogusto Gregoriano molto evocativo e va considerato come brano a tutti gli effetti, il disco decolla con Angel Of Darkness, un monumentale pezzo che si assesta sugli otto minuti di durata -come consolidato costume del settore tutti i brani sono lunghi e strutturati- che alla tipica cadenza epic aggiunge una certa aggressività più tipicamente heavy. Le direttive che hanno governato la scrittura e gli arrangiamenti di Tophet vengono così manifestate da subito con chiarezza. Il brano mette però in luce anche un difetto che in parte avevo già riscontrato nella recensione di Master Of Fate: la difficoltà di Tiziano "Hammerhead" Sbaragli quando si trova alle prese con l'articolazione delle tonalità medio-basse, mentre risulta assolutamente più a suo agio con quelle medio-alte e alte, anche se va aggiunto che la produzione non tende ad aiutarlo. Return From Battle prosegue -dopo una introduzione arpeggiata- sulla falsariga di quanto sentito in precedenza, confezionando un altro pezzo solennemente fiero nobilitato dai soli di Serena e dal leggero retrogusto barocco. The Silent Death, dopo un sofferto intro acustico con la presenza di un flauto traverso suonato dal bassista Luigi Paoletti, evolve in un mid heavy-epic non privo di groove che può anche ricordare qualcosa dei Black Sabbath. Ancora groove nella corposa Tophet, anche questa a cavallo tra certe cose dei Sabbath ed il tipico gusto italiano per questo tipo di approccio.Con Subulones -termine con cui i Romani identificavano i musici di estrazione Etrusca- ci si imbatte in un pezzo dal grande feeling, basato su un riff e su un cantato rocciosi e su un arrangiamento non privo di qualche eco neoclassicheggiante, anche questo 70's-oriented. Efficace il cambio di tempo all'altezza del secondo minuto ed ancora buono il solo di Fulberto Serena. Hastings presenta un altro intro acustico che poi lascia spazio al solito riffone e poi ancora a break acustici di stampo Maideniano piacevoli, ma non certo particolarmente originali. A chiudere il Cd la riproposizione di un super-classico del repertorio Dark Quarterer come Colossus Of Argil, che definire cover è forse riduttivo dato che il pezzo è musicalmente firmato in versione originale proprio da Serena. In ogni caso lo spirito del brano è stato rispettato pienamente aggiungendo solo un leggero tocco made in Etrusgrave. Ben curato infine il booklet del Cd ed originale la cover, particolari sempre piacevoli da notare.Tophet è un album affidabile, senza spunti che fanno gridare al miracolo e senza voli pindarici in fase di songwriting, quel che contiene è soltanto (?) solido, affidabile, quadrato epic metal nel senso antico del termine, senza alcuna forte accelerazione di rilievo, ma anzi, basando l'intera proposta su quella solennità che più di una volta ho richiamato nel corso della presente recensione. A tutto ciò si unisce la classe di Fulberto e del resto della band (non ho ancora citato il drummer Francesco Taddei, ma non è da meno degli altri) e la tipica inclinazione italiana per il progressive cui un musicista appartenente alla leva di Serena probabilmente non può sottrarsi. L'epic italiano è sempre stato di grande livello e chi ha contribuito pesantemente a portare questo verbo nella nostra nazione, difficilmente tradisce le aspettative. Niente fronzoli, niente orpelli, solo epic altero e convinto. Il migliore.
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Contemporanea::.. Iroha - Iroha

Sono stato a lungo combattuto su dove dislocare Iroha, album omonimo degli inglesi Iroha, sulle nostre pagine di Metallized. Di Metal non si tratta, su questo non ci piove: Iroha è quanto di più shoe-gaze si possa trovare in circolazione in Europa oggi, con tutti i tempi cadenzati di rito, le distorsioni rock sostenute prepotentemente dalle linee di basso, le linee vocali quasi sussurrate. Non c'è alcuna volontà di trasgredire violentemente, nonostante le radici punk del musicista Andy Swan, ma piuttosto di creare una danza marcescente ma mansueta, persa tra le saturazioni delle chitarre e l'ugola arrochita da anni di eccessi. E' stata forse proprio l'immagine della danza, di un qualcosa cioè di atemporale, nobile e sensuale allo stesso tempo, ad indurmi a scegliere la sezione Low Gain per parlarvi del disco. Ma bando alle ciance, queste restano solo inutili etichette e non è il caso di dedicarci ulteriore tempo: è il momento, adesso, di scavare più a fondo possibile nel prodotto, e capire cosa veramente esso ci vuole comunicare ad ogni livello di indagine.LA SUPERFICIEVisto che è un aspetto che sta molto a cuore a quelli della Denovali Records, partiamo subito dal packaging: il prodotto si presenta come un elegante digipack da 6 pannelli, vellutato al tatto e rilassante nei colori, e comprende due dischi, vale a dire l'album vero e proprio più un CD di remix a cura di vari artisti (Justin K. Broadrick, Transitional, Jesu, Black Galaxy).Per quanto riguarda la presentazione audio, la produzione è molto piacevole e mi ricorda -con una punta di malinconia- i suoni pastosi e riverberati che andavano tanto di moda ai tempi di Disintegration degli immortali The Cure, delay escluso. Da un artista come Andy Swan, ben intenzionato a mescolare il sound anni '80 da cui proviene (con riferimento ai New Order, nelle sue intenzioni) con il più moderno shoe-gaze, non ci saremmo potuti aspettare nulla di diverso.A quanto pare, da qualsiasi punto lo si guardi, Iroha si presenta molto bene e invoglia all'ascolto; ora bisogna capire se, sotto la piacevole superficie patinata, si nasconde l'arrosto oppure solo tanto fumo.IN PROFONDITA'E, in effetti, in profondità Iroha non nasconde nessun tesoro, ma soltanto un onesto lavoro di routine confezionato da gente esperta. In nessuno degli 8 brani che compongono l'album ho riscontrato una luce particolare, un qualche elemento di distinzione che possa fare la differenza rispetto alla massa delle uscite discografiche similari tuttora in circolazione, e di cui valga la pena parlare. In particolar modo il cantato, che dovrebbe essere uno degli aspetti trainanti dei prodotti come questo, non riesce mai ad emergere, e finisce per adagiarsi sulle linee di chitarra e di basso in maniera lineare e noiosa, senza alcun guizzo creativo. Qualche bridge di tastiera, come ad esempio nella lunga Eternal, o il cantato della conclusiva titletrack (grazie a Mio), garantiscono un minimo di varietà extra, ma senza mai prendere davvero il controllo della situazione.Insomma, non so voi, ma io torno ad ascoltare Billy Corgan: più a fondo di così negli Iroha non riesco a scavare.
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Recensione_passata::.. Ananke - Diary Of An Illusion

Il diario di un’illusione. Quella del recensore, che si aspetta qualcosa di nuovo dal fronte power italiano ed invece si ritrova il solito copia-incolla di banalità e clichés. E soprattutto quella degli Ananke, che con questo Diary Of An Illusion si dimostrano ahimè incapaci di proporsi in una veste almeno minimamente innovativa. Qualcuno potrà affermare che il power è un genere di musica molto difficile da rinnovare, e su questo potrebbe anche incontrare il mio consenso, ma allo stesso tempo questo non giustifica la produzione di valanghe di dischi fotocopia, che nulla aggiungono alla scena contemporanea.Gli Ananke, gruppo milanese al primo full-lenght, propongono un classico power metal sinfonico, caratterizzato da un gran lavoro di tastiera e da una solida base ritmico/armonica. Parecchi, forse troppi, sono i rimandi a band quali Power Quest e Skylark: quanto alla componente vocale, non si può negare che sia convincente, anche se non riesce mai a discostarsi da canoni sentiti e risenti; a ciò si aggiunga il “vizietto” di piazzare ovunque delle code strumentali di durata eccessiva, che appesantiscono, e di molto, il prodotto finale, oltre al mancato approfondimento della ricerca testuale, viziata in alcuni testi da un’eccessiva semplicità. Discorso a parte meritano invece le chitarre, solide e potenti, unici elementi atti ad entusiasmare. Diary Of An Illusion si apre con Trick Of The Eye, che ci fornisce fin da subito uno sguardo d’insieme sull’intero album: è innegabile che i riff siano accattivanti ed il refrain coinvolgente, ma la sensazione di deja vu è fortissima. Rebel Runner lascia invece spiazzati: trattasi di una ballad più che piacevole, ma la sua brevità (circa un minuto e mezzo) finisce per togliere senso al pezzo, che quasi pare incompleto. Peccato perché in quei novanta secondi la band riesce a dare il meglio di sé, in particolare il singer Riccardo Minicucci. Exile è invece una traccia discreta, ma presenta i difetti già descritti in precedenza, in particolare per quanto riguarda la coda strumentale, davvero esagerata; segue Black Courtains, nulla più di un filler, mentre Or Nothingness presenta degli spunti interessanti: troviamo infatti un aumento di velocità quasi impercettibile ma costante dall’inizio alla fine della traccia, coronato dal pregevole lavoro del tastierista Alessandro Minicucci. The Game invece riesce a mascherare le pecche del sonwriting grazie ad un curioso e riuscito stacco centrale, costituendosi come unico elemento davvero innovativo di Diary Of An Illusion. Quanto ai restanti brani Red Eyes è, purtroppo, un altro filler, mentre Anathema è la hit dell’album, in cui il combo milanese dimostra di avere delle potenzialità tecniche non da poco. Sebbene la sensazione di deja vu persista ancora, il songwriting e le melodie sono talmente azzeccate che si può anche soprassedere alla mancanza di originalità: coinvolgente. Return To Life e la bonus track Forever non riescono a confermarsi sul livello di Anathema, facendo ritornare l’ascoltatore alla mediocrità dei pezzi precedenti. Perplessità, infine, suscita la ghost track (Excalibur), sia perchè non ne capisco l’utilità, sia perchè se poi il brano si rivela essere un miscuglio di banalità strumentali che testuali, l’impressione non può che esser negativa.Tirando le somme, Diary Of An Illusion è un album discreto ma nulla più, il classico disco simile per tanti versi a decine e decine di altri prodotti. Gli Ananke raggiungono una sofferta sufficienza solo perché l’album è d’esordio. Sulla fiducia.
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Golden Resurrection - Glory To My King

I Golden Resurrection sono l’ennesima band di power metal con influenze neoclassiche venuta su dal fertile territorio della Scandinavia e nascono dall’incontro fra il chitarrista Tommy Johansson dei ReinXeed ed il cantante, compositore e produttore (sua è la label che produce l’album) Christian Liljegren, già impegnato con Divinefire, Narnia ed Audiovision. La loro prima fatica porta il titolo di Glory To My King e, come già si può notare dalla copertina e da molti dei titoli delle canzoni, il principale motivo di ispirazione della band, completata dal bassista Stefan Käck, dal batterista Rickard Gustafsson e dal tastierista Olov Andersson, è la fede cristiana; un soggetto non comunissimo perlomeno nel power metal (che solitamente affonda le proprie radici liriche nel fantasy, nella mitologia e nella guerra), tanto da aver fatto paragonare il gruppo ad un incrocio fra Malmsteen e Stryper. L’influenza del chitarrista svedese è talmente marcata nel sound dei nostri che in alcune parti dei brani si fa fatica a credere che non vi sia il corpulento Yngwie in persona a sferzare le corde della chitarra, come ad esempio all’inizio della title-track o, ancor di più, della piacevole The Final Day. Questo, se da un lato è sicuramente un merito, considerando anche la giovane età di Tommy Johansson, dall’altro è naturalmente un grande limite, dal momento che l’originalità complessiva di questo album d’esordio è poco superiore allo zero. Le lunghe cavalcate power del gruppo, difatti, pur se eseguite con tecnica impeccabile e risultando nel complesso gradevoli, sanno di già sentito dopo pochi istanti e si potrebbero citare migliaia di canzoni dall’incedere pressoché identico; per non parlare del fatto che già i brani presentati, in molti casi, si assomigliano fra loro. Il meglio dell’album, difatti, arriva proprio quando Christian Liljegren e soci sfruttano l’esperienza per produrre un brano più cadenzato e ragionato quale Proud To Wear The Holy Cross, che inizia con un ritmo ed una intro di basso che citano vagamente The God That Failed dei Metallica per poi assumere un’atmosfera deliziosamente anni ’80; la voce di Christian Liljegren, già di per sé uno degli elementi migliori del lavoro, qui è al massimo della sua capacità espressiva e nel complesso riesce a far risaltare ancor di più un brano di ottimo livello. Un’altra gradevole eccezione è costituita dalla valida God’s Grand Hotel, dall’atmosfera vagamente Europe, soprattutto nell’introduzione di tastiera ad opera del buon Olov Andersson, il quale replica anche nella traccia conclusiva dell’album, My Creation, semplice outro con poche parole recitate in tono solenne da Liljegren. Tiriamo ordunque le somme: Glory to my King è un lavoro ben prodotto, ben suonato e piacevole all’ascolto, con prestazioni di livello eccellente soprattutto da parte del chitarrista Tommy Johansson e del singer Christian Liljegren, del quale ho già lodato le capacità vocali, senza però specificare che in alcuni punti mi ha ricordato un certo Hansi Kürsch: non propriamente l’ultimo arrivato in campo power. Detto questo, come ho già sottolineato, l’idea è che i Golden Resurrection abbiano citato altri gruppi a man bassa (per non dire scopiazzato), risultando quindi purtroppo abbastanza anonimi a prescindere dalle loro indubbie qualità. Data l’abilità dei musicisti ed il buon gusto tecnico, siamo certi che in futuro riusciranno a produrre musica di livello altrettanto valido, emancipandosi magari dalle ingombranti influenze dei giganti del genere. A risentirci, con i migliori auguri.
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Recensione_passata::.. Fozzy - All That Remains

Dopo i primi due album composti quasi esclusivamente da cover e caratterizzati dall’uso di improbabili pseudonimi da parte dei membri della band, è tempo per i Fozzy del wrestler Chris Jericho di tentare il salto di qualità. Com’è noto, oltre al famoso frontman il gruppo annovera tra le sue fila membri degli Stuck Mojo, band rap/crossover metal di ottimo spessore, tra i quali spicca senz’altro Rich Ward ottimo chitarrista e autore dei brani di questo All That Remains. La notorietà di Jericho è senz’altro uno dei principali propulsori per il successo della band ma non occorre esagerare la sua influenza, sottovalutando così il valore dell’apporto di Ward. L’album ottenne un riscontro più che discreto ed in particolare il singolo Enemy garantirà buoni posizionamenti nelle charts americane e fu utilizzato per alcuni eventi della WWE. Abbandonato lo scudo offerto dalle cover il gruppo si espone così in prima persona, proponendo una formula che cerca di far convivere quanto di buono prodotto dall’hard’n’heavy americano anni ’90 con influenze più moderne tipiche del Nu Metal. Il tutto mantenendo un approccio piuttosto classico nella strutturazione dei brani, con una ricerca costante di melodie catchy e riconoscibili. Il platter si apre con la buona Nameless rocciosa canzone di chiara ispirazione Black Label Society -evidente anche nel ritornello-, che vede la partecipazione di Myles Kennedy degli Alter Bridge; una buona partenza, nella quale spicca anche il gustoso solo di Ward. Segue proprio la citata Enemy, melodica e alternative nell’approccio, con un ritornello ancora estremamente vitaminizzato e piuttosto godibile, perfetto per essere urlato dal pubblico. Non siamo proprio nel territorio dei Limp Bizkit ma poco ci manca. Segue Wanderlust che si giova dell’apporto del grande Zakk Wylde -inconfondibile il suo stile nell’ottimo solo- per un brano dal riffing serrato che si apre ad un ritornello figlio diretto dall’umidità di Seattle. Ancora alternative alla Limp Bizkit/Hoobastank nella successiva titletrack All That Remains: semiballad malinconica, piuttosto scontata e poco più che piacevole, anche nell’intermezzo campionato che precede un pregevole solo incrociato chitarra-basso. The Test presenta il classico riffone spaccaossa ma resta ancora nel limbo del vorrei ma non posso: a mezzo tra la tentazione di fracassare tutto e quella di vendere qualche copia in più. Una via di mezzo che stavolta non graffia come dovrebbe. Più riuscito in questo senso il genuino rap metal di It’s a Lie che vede la partecipazione del rapper Bone Crusher ed ha, almeno, il pregio di giocare a carte scoperte, prendere o lasciare. Daze Of The Weak è uno dei pezzi forti dell’album e sicuramente quello in cui meglio convivono le aspirazioni moderniste della band con i riff saturi e le melodie orecchiabili: una buona canzone che alza la media del platter e merita qualche ascolto in più. The Way I Am va via senza lasciare grosse tracce, forse la canzone meno riuscita del disco. Lazarus si regge su una melodia di chitarra tipicamente heavy ed è ancora molto buona, con un Jericho più che convincente e una progressione strofa-ritornello riuscitissima. Si tratta senza dubbio di uno dei brani dal più forte appeal commerciale del disco. Chiude la quasi hardcore Born Of Anger, che potrebbe ricordare anche i Sepultura di Biotech Is Godzilla -con tanto di growl- e i Tool nelle ritmiche.Dare un giudizio complessivo su questo disco non è facilissimo: si tratta senza dubbio di un prodotto ultraprofessionale e curatissimo nella produzione e nell’artwork. La band suona a livelli più che buoni e Jericho fa del suo meglio per risultare credibile e versatile e per lasciare una sua impronta sui brani. Quello che forse manca è un po’ di spontaneità e un livello un po’ più alto di songwriting: quel qualcosa che convinca di non trovarsi di fronte ad un puro prodotto e faccia magari scendere qualche brivido lunga la schiena. Eppure sarebbe ingiusto dare un parere negativo su questo disco, perché risulterebbe fondato sul pregiudizio che questo gruppo si porta dietro. Ancora più ingiusto sarebbe non tenere conto che in All That Remains ci sono almeno 3-4 brani di buon livello e che anche gli episodi meno convincenti presentano idee e ottime realizzazioni. L’ascolto è senz’altro consigliato: senza aspettarsi un disco indimenticabile ma anche senza sottovalutare eccessivamente una band che comunque ha rilasciato un album interessante e che si fa ascoltare con piacere. Un salto di qualità che può definirsi quindi riuscito, dal buon appeal commerciale, che trova in alcuni episodi la giusta via e regalerà ai Fozzy un buon successo e la giusta soddisfazione.
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Coldspell - Out From The Cold

Amanti e orfani di campioni dell’hard rock melodico quali Blue Murder, Europe, Harem Scarem, Gotthard e persino Whitesnake questo è un disco pensato, scritto e suonato per voi. Correte a comprarlo e non vi deluderà, non vi strapperete i capelli ma non vi deluderà. Formati nel 2005 dal chitarrista e songwriter Michael Larsson, i Coldspell sono il classico e perfetto compendio di tutto ciò che ha reso grande l’hard rock europeo. Out From The Cold è il secondo album per questa band proveniente dal Nord della Svezia dopo il fortunato Infinite Stargaze del 2009. I cardini di questo genere sono ormai patrimonio dell’umanità e non credo di doverli ribadire se non per segnalare l’assoluta mancanza di novità nelle composizioni e la totale adesione della band a tali canoni. Una scelta che se non toglie nulla alla qualità delle composizioni stesse, d’altra parte non contribuirà ad allargare la platea di possibili interessati all’ascolto. Occupiamoci quindi direttamente del platter in questione: prodotto dalla band e mixato dal famoso Tommy Hansen (Helloween, TNT, Pretty Maids e Jorn tra gli altri) l’album gode di un suono praticamente perfetto. Corposo e dinamico, roccioso nelle ritmiche e arioso nei soli, adattissimo ad esaltare le composizioni e i cori del gruppo. Il cd è dotato anche di un artwork di tutto rispetto, curato nei minimi dettagli come ogni aspetto di questa release. Prima di occuparci delle canzoni, occorre quindi sottolineare l’altissimo livello professionale facilmente riscontrabile nella produzione, nel songwriting e nelle singole prestazioni dei musicisti coinvolti. Sembrerà un luogo comune ma non può essere un caso se da paesi tutto sommato piccoli e poco abitati come quelli scandinavi, provengano così tanti gruppi di alto livello e così tanti interpreti di spessore internazionale. Segno evidente che la professione del musicista da quelle parti ha un riconoscimento che in “altri” paesi non ottiene, spingendo molti talenti a tentare una strada professionale che in “altri” paesi parrebbe pura utopia. Chiusa la parentesi, veniamo alle canzoni. Il platter si compone di dodici brani, tutti opera del mastermind Michael Larsson ed è stato anticipato dal video del singolo Heroes, opener dell’album. Si tratta indubbiamente di una canzone perfetta per illustrare tutti i pregi del gruppo e in particolar modo la bellissima voce di Niklas Swedentorp perfetto interprete della tradizione nordica che vede in Joey Tempest uno dei capostipiti riconosciuti. Che gli Europe siano nella mente e nel cuore di Larsson lo si capisce anche da chi ha ricoperto il ruolo di batterista in questo disco: l’ottimo Ian Haugland. Una presenza che al solito non tende ad imporsi ma a completare i brani con uno stile preciso, pulito, puntuale e piacevole. Una sicurezza. Nel gruppo ha fatto ora ingresso Perra Johanson che viene accreditato come batterista nella line up ufficiale. Out From The Cold si presenta quindi con tutte le carte in regola per regalare grandi emozioni ai tanti fans dell’hard melodico. Eppure, dopo una partenza più che promettente ci si rende conto brano dopo brano che il capolavoro non arriva e non arriverà mai, a meno che non si voglia intendere in questo ruolo la semiballad The King; canzone davvero buona che risulta però palesemente costruita e assai poco spontanea, epigona di troppi altri classici per potersi elevare a questo rango. Ecco così che la delusione comincia a farsi strada in mezzo a tanta luce. Le curatissime rifiniture di tastiera di Matti Eklund, i riff rocciosi e i bei soli melodici di Larsson, la stupenda voce di Swedentorp, la puntuale sezione ritmica completata da Anders Lindmark al basso e il leggero flavour epico dei brani, cominciano a non essere più sufficienti per nascondere che a questo lavoro mancano due cose che non possono e non devono mancare ad un album di hard rock che si rispetti: il calore e la passione. Prodotto equilibrato quindi, dosato come fosse costruito con bilancino, mortaio, squadra e compasso ma a cui manca un ingrediente che non si può ricreare in studio: l’autenticità. Un “particolare” che non passerà inosservato, come non passerà inosservato il fatto che le strutture dei brani si assomigliano tutte, che su dodici canzoni troviamo undici midtempos e che la varietà stilistica dei brani è pari allo zero. Tanto che piccole variazioni sul tema, come la velocità appena più sostenuta di Run For Your Life, la vena power-oriented di Time, le orchestrazioni acustiche della citata The King e il riff blues della title-track spiccano subito. Peccato però che si tratti di brevi intermezzi subito ricondotti sui binari del resto dell’album. Sicuramente qualche brano in meno o qualche canzone di maggior tiro avrebbero giovato all’economia del cd ed è un vero peccato che i colpi migliori arrivino proprio con le ultime due canzoni, che non possono più elevare il livello di attenzione e il giudizio complessivo sull’album. Abbastanza peculiare anche l’assenza di una vera e propria ballad: tipologia di canzone che solitamente abbonda in questo genere di produzione. Un particolare che non può essere definito un difetto ma che avrebbe forse potuto dare un po’ più di cuore ad un lavoro che rischia di dare lo stesso piacere di una pizza surgelata. Quanto appena scritto non vuole essere una stroncatura di un lavoro in definitiva più che valido e non cambia quanto di buono troverete in questo album: belle composizioni, ottimi musicisti e una produzione da cinque stelle. Peccato che da tanto talento non sia venuto fuori un capolavoro perché, a mio avviso, si comincia a sentire la mancanza di gruppi capaci di far sognare in questo specifico settore. Si tratta comunque di un album che in generale funzionerà benissimo per colmare il vuoto di ogni amante di queste sonorità, in attesa del ritorno dei grandi nomi o della next big thing. Insomma, i Coldspell forse non cambieranno la Storia ma, come dicevo all’inizio, sicuramente non vi deluderanno.
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Recensione_passata::.. Strange Corner - Human Society

L'evoluzione della scena hardcore-punk italica passa inevitabilmente dall'operato degli Strange Corner, vicentini attivi fin dal 1993 e giunti con questo Human Society al loro terzo studio-album (a dieci anni dal debutto ufficiale, Schism, del 1998). Una formazione esperta, che ha al suo attivo diverse date in tutta Europa e perfino negli States.Lo stile proposto è un hardcore crudo e rapido, basato su ritmiche vagamente accostabili al thrash e sostenute da un eccellente lavoro alla batteria. La peculiarità della formazione vicentina è quella di optare, in alcune tracce, per la lingua madre, caratteristica che conferisce personalità alla loro proposta. Una scelta che evince carattere, coraggio e buona capacità di assemblare pezzi ostici in una lingua morbida come la nostra. Per lo meno, questo permette ai ragazzi veneti di elevarsi rispetto alla massa di hardcore-punk bands che tanto inflazionano il mercato moderno, senza effettivamente apportare un necessario valore qualitativo al medesimo. C'è da dire che i Nostri se la cavano bene anche quando si cimentano con l'inglese, anche se tutto sommato le linee vocali di Human Society risulteranno alla lunga musicalmente statiche. Il quintetto tricolore, forte di due chitarre affiancate alla rocciosa sezione ritmica, tornano dunque sul mercato con un album prodotto da Casket/Copro Records, costituito da undici tracce omogenee e dallo stile scarno e diretto.Atmosfere di base decisamente tese fanno da sfondo a sonorità molto dure e quadrate, sorrette da un drumwork molto solido e non invadente. Il vocalism di Alessandro Farinati si impernia attorno ad uno stile molto rude, grezzo e graffiante, non definibile growl ma parecchio aggressivo nella sua rabbiosa invettiva sociale (i testi sono incentrati su tematiche di natura umana, come evincibile sin dal titolo dell'opera). L'hardcore esploso dalla band veneta è scevro di ogni qualsivoglia filatura melodica, a tratti spruzzato più o meno volutamente di sparuti elementi nu-metal e generalmente catalizzato in up-tempos irruenti e burberi. Le vocals furiose, l'accodatura bassa degli strumenti e un utilizzo atipico dell'italiano (in alcuni degli undici brani presenti in tracklist) definiscono le linee guida di un disco privo di passaggi digeribili o orecchiabili, neppure vagamente melodici. Proprio la scelta di omaggiare la lingua natìa si rivela talvolta proficua e talvolta zoppicante, essendo qualche strofa a tratti un pò forzata e poco lineare nell'incastro delle parole e delle frasi. Come detto, i testi affrontano tematiche di natura sociale ed ideologica, schierandosi contro la società moderna che vive di ingiustizia e ossessione per la futile arte della possessione. Con i ritmi tirati si trova un'alternativa al tecnicismo poco marcato, generando un coinvolgimento discreto arroccato attorno ad un sound concreto. Ancora una menzione per il drumwork glaciale di Claudio Cappello, mentre la voce intransigente del singer a volte appare un pò troppo monocorde: vocalmente i brani si somigliano fin troppo, come del resto è abituale in contesto hardcore, ma alla lunga il songwriting stesso appare lievemente banalotto, prevedibile. Per contro, il basso di Andrea Bruttomesso e le due chitarre risultano toste e sempre 'sul pezzo', pur senza mai concedere quasi nessun guizzo melodico che forse avrebbe giovato nel computo finale del platter.L'opener Collapsed World è un mid-tempos molto potente, caratterizzato da un finale malinconico che si rivelerà essere uno dei pochissimi momenti lievi del disco; la successiva Il Troppo Di Tutto porta il full lenght sulle sue coordinate base di irruenza e ritmi serrati, caratterizzati da una pura violenza hardcore priva di armonia. Abbastanza veloce e convincente appare anche Continue To Fight, mentre tra i pezzi più trascinanti del lotto spicca Occhi Accecati Dal Nulla, dotata di un refrain incalzante e da un groove efficace. L'italiano utilizzato con profitto rende le tracce in lingua madre interessanti e capaci di attirare l'attenzione, sia musicalmente che dal punto di vista delle liriche. Tesi ribadibile anche in Orrore, energica e coinvolgente. Il disco scorre abbastanza gradevole ed esplosivo, e si fa apprezzare in molteplici passaggi, come l'ipnotico e martellante riff di Puppets In The Hands Of Hate, quasi thrash se ci è concesso, o il discreto mini-assolo melodico di Brucia , canzone più morbida anche nel riff portante. La conclusiva titletrack presenta azzeccati cambi di tempo, una parte centrale più aspra e, nel mezzo, un riff adrenalinico che spezza il pezzo portando alta la tensione. Queste sottolineature apportano a sprazzi una vena di varietà ad un disco altrimenti poco longevo. Un prodotto nella media, che non farà gridare al miracolo ma mette in buona mostra le capacità di questa esperta formazione nostrana.
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Woebegone Obscured - Deathstination

L'attività della nostrana I, Voidhanger Records sembra essere specializzata nel recupero di piccole particelle di ossidiana che in mezzo a tanta cenere e carbone rischierebbero l'abbandono e la perdita.Lo avevamo visto con Firmament dei Midnight Odyssey che, però, era stato ripreso abbastanza in fretta, (ri)proponendolo al pubblico con uno scarto temporale di una manciata di mesi rispetto alla versione autoprodotta.Questa volta rimaniamo in territorio europeo, ci spostiamo, più precisamente, in Danimarca per (ri)scoprire i Woebegone Obscured e il loro Deathstination, prodotto che ha visto formalmente la luce nel 2007 ma che, grazie a questo intervento, possiamo (ri)apprezzare oggi con i crismi di una distribuzione ufficiale (peraltro costola dell'ATMF).Il combo danese propone un funeral doom rivolto verso il death metal ma che spesso tocca una certa matrice compositiva affine al black; la sezione ritmica, pur mantenendo i classici connotati lenti e cadenzati, svolta frequentemente in stanche raffiche di doppia cassa, abbracciandosi al lato più brutale della componente death.I profondi growl di D Woe e le sue bassissime chitarre fanno il resto in questo processo di trasfigurazione del death metal.L'attingere dai classici sembra essere fatto in maniera cosciente ma personale; troviamo, ovviamente, un certo background riconducibile ai Thergothon anche se i nostri hanno un modo tutto loro di usare le tastiere: queste non appaiono infatti come una presenza inesorabile e fatua (come nella seminale band finlandese), né rivestono quel tappeto amalgamante che possiamo sentire nei connazionali Nortt.A dir la verità l'uso dei sintetizzatori è dosato col misurino in favore di maggiori effetti chitarristici che riescono a variare abilmente l'esecuzione dei lunghi brani. Qualche delay che rimbalza nella vuota caverna sonora di Maestitia riesce ad agitare vagamente lo stato di trance in cui lo spettatore è calato da una ventina di minuti. La colpa (o meglio, il merito) è da attribuire, prima, all'opener Guts of Demention che coi suoi 10 minuti di oblio traccia i rintocchi inesorabili del tempo a suon di plettrate death. La caduta nel vuoto continua, appunto, con Maestitia, traccia che riesce a creare, a metà brano, una specie di vortice circolare che si stacca dai riff gorgheggianti vagamente black metal per poi sfumare in deliri semiacustici (con tanto di un paio di frasi cantati in voce pulita). Il basso, molle e subdolo continua a suonare questo mantra, ondeggiando fra arpeggi ultradistorti e qualche attimo più atmosferico.Coils of Inane Comatose stupisce addirittura per i tempi sincopati e frenetici della batteria che (per fortuna) non riescono a distogliere l'attenzione dalla discesa nelle tenebre dell'ascoltatore. I grossi piatti di D Woe (in posizione anche dietro le pelli) scandiscono, lenti e profondi, la metrica anche quando le chitarre acquistano una materia più tangibile, corposa e frenetica.Stalactites inaugura l'ultima doppietta di brani che ci mostrano la maggiore qualità compositiva degli Woebegone Obscured. Gli arpeggi acustici e malinconici, in primo piano rispetto ai sintetizzatori acquatici ed echeggianti, evocano un atmosfera fangosa ma con un lontano e labile spiraglio di luce. La componente metal viene momentaneamente accantonata, le atmosfere vengono prese in prestito dagli ultimi lavori degli Esoteric e il nostro ascolto volge inevitabilmente verso la fine.Deathscape spolvera ancora una volta quella matrice vicina al black di cui parlavo prima; i riff tremolanti rivelano la propria terribilità perché abbassati ulteriormente di tono, e il continuo cambio di modalità esecutiva (da parte delle sei-corde, ma non solo) trasforma questa ultima traccia in una piccola gemma. Arpeggi semiacustici, fraseggi riecheggianti e ribaltati dal delay, danno vita ad una parte centrale che oscilla fra il sogno e l'incubo: un continuo cambio di umore e di tensioni che rispecchiano la mente delirante del creatore dell'album (D Woe, infatti, ha subito cure psichiatriche). Anche le parti più accelerate trovano il modo di assopirsi sulla coda del brano grazie ai campionamenti sovrapposti di alcuni canti gregoriani che non fanno altro che arricchire questa spirale discendente senza però sfociare nel "religious". L'arpeggio sulla pioggia, nell'imminente calo del sipario, è l'ennesimo esempio di come un cliché, dato in buone mani, possa dare buoni frutti.Meraviglioso, anzi terribile... un mastodontico lavoro di tutto rispetto che abbandona l'ascoltatore nell'oscurità della mente umana.Terribilis est locus iste
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Demo::.. Eternity Stands Still - The Reckoning

The Reckoning, il secondo ep degli italiani Eternity Stands Still, si presenta a primo ascolto come un lavoro piacevole, molto semplice nelle strutture e calibrato su modelli non proprio aderenti agli standard gothic moderni, a causa dell'assenza di tastierista, elemento indispensabile per la creazione di brani più d'atmosfera.La band nasce nel 2006 dall'amicizia di Riccardo Savage Pungetti e Riccardo “Richy” Pozzoli, i quali nel 2008 riescono a dare finalmente una formazione stabile alla band con l'entrata di Fulvio “Phulvio” Mura alla batteria e Melissa alla voce; ciò che ne scaturisce è un genere orientato al gothic che li porta ad incidere un demo lo stesso anno ed a far conoscere la band per tutta l'Emilia Romagna.Nel 2009 al posto di Melissa subentra nel gruppo Valentina “Vale” Martoni e con questa formazione riescono a sviluppare il nuovo ep, The Reckoning per l'appunto.Proprio quest'ultimo si sviluppa in modo abbastanza irruento: le ritmiche sono spesso lanciate e trascinanti con dei riff particolarmente taglienti, e ciò stride in maniera violenta con la voce di Valentina, la quale delinea delle morbide linee che spesso corrono parallele alla struttura della canzone ma senza davvero riuscire ad instaurarvi un rapporto coeso. Ciò di cui infatti si percepisce subito la mancanza è la tastiera, presente unicamente nel brano The Nameless City – seppur in maniera abbondante - e nella title track.La tracklist si apre con The Forsaken God, un brano dall'intro quasi violenta grazie alla velocità e secchezza dei riff e all'agilità della batteria; ciò che però ho trovato inizialmente difficile da affrontare è stato l'utilizzo della linea vocale che predomina per la sua "dolcezza" (se confrontata con la parte strumentale) risultando tuttavia poco decifrabiele proprio per la mancanza di un elemento melodico che la leghi maggiormente alla base stessa. Ad ogni modo, il buon uso dello sdoppiamento della voce rende il brano molto più melodico nel ritornello.la seconda traccia che troviamo è The Light che, nonostante l'intro abbastanza sostenuta, si rivela quale ballad dell'ep: su un continuo climax ascendente di chitarre è la voce a delineare in modo predominante il brano che in tal modo risulta semplice e pulito.Episodio migliore, che ad essere sincera mi ricorda vagamente le sonorità tipiche degli After Forever, è The Nameless City, nel quale, guarda caso, sono proprio le tastiere a segnare il punto di svolta; la canzone è inoltre costellata di brevi stacchi, spesso accompagnati da vocalizzi "orientaleggianti", che la rendono decisamente la più interessante e diretta del lotto.Il quarto brano presente è The Pilgrim: equilibrato e contenuto, melodico al punto giusto grazie ai giochi vocali presenti nelle strofe, sembra però non svilupparsi mai se non verso la fine.L'ep si conclude con The Reckoning, di cui ho davvero apprezzato solo lo stacco, munito appositamente di cori, ed il lato strutturale, che delinea un'interessante unità fra strofa e ritornello e riesce quindi a dare continuità e particolarità alla composizione.Il risultato è dunque buono e, anche se non eccessivamente originale, riesce a coinvolgere l'ascoltatore grazie al largo utilizzo di ritmiche impetuose ed irresistibili; ho trovato però deleterio il fatto che la tastiera non fosse presente in ogni brano, visto che questo accorgimento avrebbe portato ad un livello decisamente più alto e coeso le composizioni; inoltre ho percepito in alcuni tratti vocali una certa difficoltà, a volte sottolineata dallo sdoppiamento della linea, prettamente in punti di salita, nei quali la voce (mi chiedo se volutamente) risulta particolarmente stridente ed affaticata; queste, unite ad alcune imprecisioni tonali sparse per i brani, risultano purtroppo in alcuni punti piuttosto evidenti.Credo comunque che questa band sia meritevole di una chance, nonostante le diverse lacune (certamente colmabili) che si evidenziano durante l'ascolto.Consiglio loro - vivamente - di continuare ad impegnarsi, poichè la materia prima per migliorare e migliorarsi certamente non manca.
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Liktjern - Kulde Pest & Død

Liktjern. Scartabello il materiale che mi è arrivato. Il cd, il booklet (un foglio piegato in due dove fatico a interpretare i caratteri gotici dei titoli ma dove sono più ovvi che chiari i volti insanguinati e inferociti dei componenti del gruppo, le croci rovesciate, il cerone bianco. Wow. Un artwork innovativo e inaspettato per un gruppo black metal norvegese, un trafiletto inglese della loro biografia.Leggo. Riassumo cadenzando.Tutto inizia nel 1995. Nel 1996 il batterista si suicida. Nel 1999 chitarrista/bassista e nuovo batterista hanno un gravissimo incidente d’auto. Il batterista molla il gruppo il chitarrista/bassista rimane semiparalizzato.Il chitarrista/bassista continua da solo, prova altre line-up ma non funzionano. Nel 2007 rimangono lui e un nuovo batterista. Che poco dopo molla il progetto.Si riaggancia al vecchio chitarrista, nuova line-up che cambia un’altra volta. Nel 2008 forse siamo alla formazione definitiva. Iniziano a incidere Kulde Pest & Død. Nonostante le difficoltà come malattia, ossa rotte e morte ci abbiano tolto del tempo, alla fine è andata molto bene (cito letteralmente: but in the end it went very well).E ora stanno lavorando a un full-lenght. Beh, gli auguro che alla fine non gli vada “così bene” come durante la lavorazione del loro primo EP.Non so cosa aspettarmi, ma sono pronta.4 liriche per 24 minuti. Black metal norvegese vecchia scuola, niente di più, niente di meno. Si palpano e si palesano le influenze di Satyricon, Gorgoroth, Darkthrone. Crediti che però non vengono usati come trampolini di lancio, ma pedane sulle quali rimanere seduti oscillando leggermente.Nulla di nuovo. Nulla di inaspettato. Nulla di così ben fatto – o di così brutto, perché no – che possa in qualche modo appiccicarsi addosso. Talento ne hanno, ma non ardiscono. Quello gli hanno insegnato i maestri dell’old black norwegian school. Quello fanno. Perché strafare rischiando un buco nell’acqua? Eh già. Meglio così. Meglio rimanere incastrati nelle mangrovie di quei quattro pattern piuttosto che osare, sperimentare, rischiare. O semplicemente prendere un’iniziativa.Tallonano senza definirsi.La produzione è sufficiente, non ci troviamo di fronte né stanze musicali nitide e definite, né tanto meno sottoscala di officine meccaniche nelle quali è stato registrato il lavoro. Il basso fa il minimo sindacale come da contratto Vecchia Scuola Black Norvegese, il che rende la produzione più asciutta e smilza.La chitarra ha dei buoni giri, sostiene discretamente i refrain affilati tipici del genere; i percorsi ritmici non presentano problemi nei cambi di velocità. Suona – giustamente – sporca, e sebbene si tratti di passaggi abusati e inflazionati – compreso il giro melodico in apertura della traccia 3 – non annoia. Batteria che avrebbe potuto davvero “spaccare il culo ai passeri”. In alcuni varchi mi sembra quasi un animale in gabbia pronto a massacrare il mondo con massicci blast beat e martellante doppia cassa. Gli hanno limato gli artigli. Peccato. Rimane fedele alla linea sufficiente/discreta tra preparazione e precisione di esecuzione. Niente di che.Gud ha lavorato come tecnico in studio di registrazione. Gud ha lavorato all’artwork dell’album. Poi Gud ha preso in mano il microfono. La scelta migliore che potesse fare tra le tre. Lo screamin’ è ben definito, modulato su un songwriting semplice ma efficace. Segue onestamente i pattern delle corde e – permettetemi il quasi off-topic da amante della tecnica poetica quale sono – la metrica delle liriche non mi dispiace affatto.E poi ha dei buoni polmoni il ragazzo. Non dimentico i synth, gli effetti… gli effetti. Oddio, qualche sparo a inizio canzone e il gracchiare di una cornacchia li vedo solo come degli accennati schizzetti di atmosfera nel climax generico della release.Nessun azzardo. Tutto rientra negli standard canonici, convenzionali, già scritti, già sentiti della vecchia scuola black.In definitiva Kulde Pest & Død non è un album essenziale e nemmeno i Liktjern; se mai i nostri volessero esporsi ed emergere dovrebbero prima avere la forza di svestire i panni dei “derivati” e fare le “materie prime”.Vi spiace se non li passo sull’ipod?
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Bright Morning Star Orchestra - Lift Me Out

Lift Me Out è la seconda fatica dei Bright Morning Star Orchestra, un gruppo svedese che descrive la propria musica come melodic pop/rock o emotional documentary pop, dal momento che i testi riguardano molto spesso esperienze di vita reale dei componenti della band. Questo giovane combo scandinavo arriva al suo secondo full-lenght dopo una vera e propria rivoluzione che nel 2009 ha visto cambiare 3 dei 5 componenti della band; inoltre, la pressione su di loro in virtù di una reputazione in patria già abbastanza positiva, era alta. A mio giudizio, purtroppo, il risultato non è all’altezza delle attese: il gruppo propone -come già detto- un pop/rock melodico macroscopicamente influenzato dagli onnipresenti Coldplay, con qualche sporadica influenza dei Muse. Sfortunatamente, dalla loro i Bright Morning Star Orchestra non hanno né l’innata capacità di scrivere brani orecchiabili senza essere troppo “commerciali” di Chris Martin e soci, né il genio compositivo ed il buongusto per la sperimentazione di Matthew Bellamy. Si limitano pertanto a comporre 11 brani di rock/pop molto rilassato e rilassante (anche troppo, forse), gradevoli in alcuni tratti e che meriterebbero tutto sommato una sufficienza, se non vi fosse un altro problema: il cantante. Sì, perché il nostro Anton Ericsson che, come tutto il suo gruppo, tenta di scimmiottare gli attuali colossi del rock melodico citati poco fa, riesce al massimo ad entrare nei loro panni con qualche falsetto e qualche sporadica vetta vocale; per il resto, la sua voce risulta abbastanza anonima e noiosa, per non dire irritante. Una su tutte, se proprio avete voglia di sentirla, è White As Pearls quinta traccia dell’album, dove un buon inizio (diverso da quelli stereotipati di altre canzoni, se non altro) è completamente rovinato da una linea vocale che, a tratti, oltre che anonima sembra addirittura stonata. Per ciò che concerne il resto dell’album, invece, nel complesso risultano più godibili le tracce della seconda parte rispetto alle prime, con 52 Days e See What We Have Done come vette, sempre tenendo presente che Ericsson non è Matthew Bellamy. Che dire, dunque, in conclusione? Le idee sicuramente ci sono, ma fanno molta fatica ad emergere: in primis per la deficitaria parte vocale (al contrario risulta assai gradevole il controcanto della pianista Ida Svensson), in secundis per l’originalità decisamente scarsa, dal momento che quasi tutte le tracce di questo album potrebbero benissimo essere state registrate da un altro della miriade di gruppi pop/rock in circolazione al giorno d’oggi.
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Alltheniko - Millenium Re-Burn

In ambito heavy classico dire qualcosa di nuovo è ormai assolutamente impossibile. Quel che si può fare è rielaborare la lezione impartita a loro tempo dai grandi e riproporla in maniera quanto più devota e personale possibile, cercando l'unica via sicura per risultare ascoltabili anche nel 2011: ossia farlo con assoluta convinzione ed onestà. La terza prova degli Alltheniko (dal nome del loro paese natale, Oldenico) risponde proprio a queste caratteristiche. Si tratta di un heavy di impostazione assolutamente classica con qualche incursione simil-thrash, suonato con discreta perizia, nobilitato dalla buona prova vocale del bassista-cantante Dave Nightfight. Quest’ultimo è infatti autore di una performance aggressiva, basata sui toni acuti senza dare mai l'impressione di risultare sotto sforzo, come accade ad un discreto numero di cantanti che si improvvisano tali senza avere le caratteristiche per esserlo veramente. Rispetto alla prova precedente gli Alltheniko mancano dell'effetto sorpresa che tanto aveva contribuito a formare il mio giudizio nei loro confronti, ma d'altra parte confezionano un lavoro più maturo, più equilibrato, meglio scritto ed inciso. Il Cd, inoltre, mi è giunto in versione digipack, corredato da un buon booklet che non può che impressionarmi favorevolmente e che comunica pienamente ciò che gli Alltheniko vogliono trasmettere: semplicemente la loro totale, assoluta, ferma, incondizionata adesione al metal.Dopo l'intro Millennium si parte con Spirit Of The Highway, un pezzo quadrato e veloce, una dichiarazione di intenti buona per rompere il ghiaccio. Più interessante No More Fear, introdotta da alcuni versi Danteschi declamati con strano accento dal folle cantante degli ancor più folli The Exalted Piledriver, anche se ad onor del vero il pezzo soffre forse di un suono della batteria rivedibile, anzi, ri-udibile. Grande metal classico di sapore germanico con Harold (Will Survive) e l'occasione è buona per sottolineare ancora le qualità dell'ugola di Dave Nightfight, ma anche la sua coesione con il resto di una band nella quale la chitarra di Joe Boneshacker macina riff senza sosta e la batteria di Luke The Idol (come vedete anche i nick sono pienamente ottantiani) procede senza incertezze per tutta la durata di Millennium Re-Burn.Si passa quindi all'anthem Metal Lord, orgoglioso midtempo dal refrain invero un po' ridondante, che serve solo a manifestare ancora l'amore viscerale per il metal ("Saxon, Judas, play for us, it's my only Gods") e per disporre di un pezzo che dal vivo possa scaldare parecchio la platea. The Inner Self fa proseguire l'album sulla stessa falsariga di prima, con un buon intro acustico ed un pezzo quadrato che non aggiunge nulla all'impianto generale di Millennium Re-Burn, mentre trovo eccessivamente di maniera l'heavy-thrash di Masterful Man, forse prima ed unica vera battuta a vuoto dell'album. Il tutto passa però in seconda piano di fronte all'accoppiata Army of Nerds/Hide in The Dark: la prima divertente, ma veramente "cazzuta", la seconda vera e coinvolgente hit dell'album. Poi sia con In The Name Of The Cross -ancora ispirata alla Divina Commedia- che con Broken Wings gli Alltheniko sfruttano a dovere il climax creato dai due pezzi precedenti per mantenere alta la tensione fino alla conclusiva terremotante Reburn, anche questo un pezzo del quale mi piacerebbe poter constatare la resa live di persona.Indubbiamente, trattandosi di heavy, i rimandi al lavoro di altri e ben più conosciuti gruppi quali Grave Digger, Iron Maiden e parecchi altri non mancano di certo, ed in questo senso Millennium Re-Burn non sposta di una virgola il panorama metal nazionale ed internazionale, ma è un lavoro che trasuda dedizione ed onestà, che non vuole mai spacciarsi per quello che non è, che nonostante il settore d'appartenenza risulta in più di un passaggio fresco, coinvolgente e perfettamente in grado di farvi eccedere nell'headbanging.Siete ancora interessati all'heavy in quanto tale? Gli Alltheniko potrebbero essere una buona scelta per investire i vostri pochi e sudati euro in qualcosa di affidabile.
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Demo::.. Bucovina - Duh

I Bucovina sono una pagan metal band formatasi a Iasi, Romania, nel 2000 che con il mini cd Duh giungono alla seconda pubblicazione dopo il debut Caesul Aducerii-aminte del 2006.Il dischetto è composto da cinque brani che si riducono a tre se si tolgono intro e outro che, è bene precisarlo, una volta tanto hanno ragione di esistere. La produzione è semplicemente perfetta: quando si ha la fortuna di poter collaborare con Dan Swanö, beh, il prodotto non può che essere destinato a colpire positivamente l’ascoltatore. Gli strumenti sono tutti ben bilanciati, i suoni nitidi e puliti senza però risultare plasticosi o artificiali.Vuiet Negru De Izvor è un intro atipico per il genere, data la propensione delle formazioni folk-pagan d’iniziare gli album con suoni e rumori della natura, cercando di creare un’atmosfera di “tranquillità boschiva” che quasi sempre finisce per risultare scontata. Il brano in questione ha invece un forte sapore power metal (e preciso: Stratovarius fine anni ’90 – ok, davanti una mc-colazione mi è stato suggerito pure l’inizio di Aces High dei Maiden, ma è una donna, che ne può capire di musica?!) dovuto al riffing essenziale di chitarra e al lavoro potente di batteria, prima che una semplice quanto azzeccatissima melodia si faccia largo tra le note in maniera prepotente per poi lasciarsi assorbire delicatamente dal riffing semplice ma di buon gusto a opera dei due axmen Luparu e Þibu: un inizio davvero sorprendente! La prima canzone “vera” è la title track, composizione che ha come punto forte le favolose linee vocali di Florin Þibu che si posano su di una base pagan metal piuttosto lineare, permettendo in questo modo al singer (e ai cori) di essere la vera anima della canzone. Un arpeggio di chitarra e un cantato solenne introducono la terza traccia: pochi secondi ed esplode Straja in tutta la sua epicità. I power chords sono di una semplicità disarmante e proprio per questo motivo perfetti come sottofondo allo show personale del cantante, che merita tutti i complimenti del caso per saper reggere una canzone intera – che sarebbe comunque piacevole - con la sua voce. Qualcosa cambia in Mestecanis, penultima canzone di Duh: il ritmo aumenta, il riffing si fa vivace e fa la sua comparsa il growl. L’impatto è sicuramente maggiore rispetto le precedenti canzoni anche se l’aspetto melodico della musica è sempre ben in evidenza. I riff di chitarra sono più pesanti e finalmente non fanno solo da contorno a Florin “Crivãþ” Þibu, risultando incisivi e massicci. Molto belli i cori che di tanto in tanto fanno capolino nel brano, spezzando in parte la tensione che si accumula man mano che i minuti passano. Chiude Duh la strumentale Bucovina, Inima Mea (acoustic reprise), canzone presente nell’esordio Caesul Aducerii-aminte in versione elettrica e cantata, qui spogliata da ogni aggressività e vocalismo. Un lungo outro – oltre quattro minuti – sognante, delicato, sensuale. Malinconica, perfetta e ingiusta colonna sonora all’immagine del treno che separa i due innamorati. Sì, Bucovina, Inima Mea (acoustic reprise) è maledettamente malinconica, e bella. A tutt’oggi i Bucovina risultano essere senza contratto. Ripeto, i Bucovina sono senza contratto discografico. Un lavoro del genere, prodotto da tal Dan Swanö, e contenente musica di qualità pur senza strafare ancora non è distribuito e venduto da una casa discografica. Con i Kivimetsän Druidi e altre porcherie in circolazione i Bucovina, nella loro onestà musicale, sono ancora a spasso. Case discografiche svegliatevi!!!Ultima cosa: la valutazione numerica, cioè il 70, è riferito al mini-cd come album “vero”, non come lavoro autoprodotto-demo.

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