Metal Reviews

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Classico::.. Nine Inch Nails - The Downward Spiral

Dopo un album e un EP figli del sound dei Ministry, Trent Reznor lascia il grembo materno e, libero dalle restrizioni della TVT, dà vita a quella che è senza dubbio la sua creazione migliore, generata dall’instabilità e dalla rabbia di un’epoca che ha perso quelli che erano stati i suoi valori fondamentali e che non riesce a trovare sfogo che non sia la violenza, fisica e psicologica. The Downward Spiral ci trascina nel vortice delle frustrazioni dell’individuo medio, inserito in un contesto sociale meccanico e malsano da cui è impossibile sottrarsi. Il concept prende vita attraverso beat implacabili, suoni distorti e chitarre ultra effettate, e subito si concretizza nel primo manifesto dell’opera. Mr. Self Destruct ci trasporta subito nel mezzo della spirale con un Reznor che alterna un registro vocale sussurrato e distante ad urla disumane. Il ritornello si sussegue in beat potenti e brutali che strappano via la carne e scaricano 100000 watt di musica elettronica direttamente nelle vene. Non bisogna farsi ingannare dal tranquillo e quasi impercettibile crescendo di Piggy. Il morbo è subdolo e quando si è ormai incantati dalla dolce perversione delle sue linee vocali, un finale di percussioni sconnesse e sovrapposte ci riporta nel clima di tensione malsana e psicopatica che permea tutto l’album. Heresy esplode in tutta la sua blasfemia: your god is dead and no one cares!, il protagonista sbraita contro il perbenismo e l’ipocrisia che infettano la coscienza umana. I synth e la chitarra aggrediscono l’ascoltatore che trascinato dalla follia e dalla rabbia rimane interdetto e confuso dalla brusca interruzione del pezzo, che senza alcuna esitazione dà spazio alla marcia del primo singolo estratto. March of The Pigs è ispirata al massacro di Beverly Hills. La furia psicopatica del pezzo trova piccoli momenti di respiro nella calma glaciale di qualche breve arrangiamento jazz del talentuoso one-man band (a 6 anni Reznor eseguiva Mozart alla perfezione).Se volete capire davvero cos’è che affascinò le menti vergini degli ascoltatori di questi fantastici Nine Inch Nails (Reznor scrive tutti i pezzi e registra in studio tutti gli strumenti ad eccezione della batteria, affidata al talentuoso Stephen Perkins), il video del secondo singolo estratto, Closet, rappresenta visivamente la perversione sessuale dello psicopatico protagonista, su una base synth-pop con un flavour sensuale e un basso decisamente funky. Ruiner è uno dei picchi indiscussi dell’intera opera. Il protagonista inizia a rendersi conto della propria realtà, della mancanza di una vera personalità, di sogni, di vita. I suoni si inseguono e si uniscono in contraddizione fra loro restando, però, sempre miracolosamente coerenti in un mosaico senza soluzione di continuità che sale e scende rendendo impossibile qualsiasi tentativo di restare fermi sulla sedia. Un’altra brusca interruzione ed è l’ora di The Becoming. Ancora melodie contraddittorie che celebrano il morbo della pazzia ormai inarrestabile in un circo di urla, gemiti e anche un breve spazio per qualche parentesi acustica. I Do Not Want This non si discosta molto dal percorso e porta la schizofrenia a livelli insopportabili. Lo stress accumulato dal protagonista si sfoga nella breve ma intensa Big Man with a Gun, che si scaraventa come un uragano nella mente turbata dell’ascoltatore. La rabbia svanisce. Il protagonista guarda dentro se stesso e sprofonda nell’abisso asettico e sconfinato della propria impotenza. A Worm Place ci concede un attimo per riflettere. Pochi minuti per un pezzo strumentale dalle tinte ambient che culla dolcemente gli spiriti, come fa la corrente con un pallido cadavere nelle gelide acque di un lago silenzioso. Il protagonista si rende conto che non può fare niente e la stupenda semistrumentale Eraser esprime gli ultimi desideri del condannato. Reptile è una dichiarazione d’amore verso qualcosa che sembra alleggerire le pene del protagonista, un pezzo sinfonico con i synth a farla da padrone. Siamo agli sgoccioli ed è il momento della title-track.he couldn't believe how easy it washe put the gun into his facebang!(so much blood from such a tiny little hole)L’andamento è lento e sofferente e non ha la forza di esplodere con quei beat elettronici che dominavano i pezzi precedenti. Hurt è una perla posta a chiusura di quest’opera cruenta. Una ballad acustica “falsata” da pochi ma azzeccati interventi elettronici. Per quanto sia immensa la disperazione che regna nel cuore di questo disco, il protagonista si concede un unico, minuscolo eppure essenziale, momento di speranza.if I could start againa million miles awayI would keep myselfI would find a wayReznor crea il connubio perfetto tra la rabbia antisociale e l’introversione empatica più profonda. L’unione genera una creatura immensa e triste che ti tortura dall’interno senza che tu possa far nulla per farla smettere. Il 1994 diventa cosi un anno importante per l’industrial. Oltre a creare un album praticamente perfetto, Reznor scopre e promuove il nascente Marilyn Manson, che porterà ancora più visibilità ad un genere che da molti metallers è considerato davvero troppo poco.Un album che consiglio a tutti, anche, se non soprattutto, a chi non è avvezzo a questo genere di sonorità.
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Classico::.. Saint Vitus - Saint Vitus

Era il 13 febbraio del 1970, quando uno sconosciuto gruppo di Aston, un paesino vicino Birmingham, pubblicò il suo primo album e sconvolse il mondo della musica fino ad allora esplorato. Da quel momento in poi fu tutto diverso; il rock assunse forme mutevoli e pericolose, adorato da chi aveva voglia di evadere dalla monotonia e di uscire dai soliti schemi e odiato da chi ne temeva l'enorme carica magnetica.Tantissime band tentarono di emulare i Black Sabbath, ma solo poche riuscirono nel difficile compito di costruire attorno alla loro musica nera qualcosa di diverso ed originale, capace di essere influenzato dal passato e allo stesso tempo capace di influenzare le generazioni a venire. Di questa stretta cerchia è evidente ed innegabile che ne facciano parte i Saint Vitus, gruppo di Los Angeles formatosi nel 1979.Ascoltando il loro omonimo debut album, ciò che piu' colpisce è la naturalezza con cui i Vitus imposero la loro influenza sulla scena doom mondiale, e ancora attualissimo nel sound e nella produzione low fi ma perfettamente in linea con lo spirito underground del genere. Saint Vitus riesce ad incanalare al suo interno la lezione dei Black Sabbath con le visioni oscure dei Black Widow e la teatralità dei Coven del capolavoro Witchcraft,strizzando l'occhio al seventies sound della precedente decade, ma estremizzando il tutto, verso una dimensione metal che affonda le proprie radici in un altro fondamentale album, che nel 1982 impose i Venom alla ribalta di un nuovo e pericolosissimo sottogenere: il black metal.Saint Vitus si compone di cinque tracce e l'album sembra essere suddiviso in due parti ben distine: la prima composta dall'opener omonima e da White Magic/Black Magic, composizioni di media durata e sorrette da un impalcatura potente,ricamate da assoli di chiara estrazione heavy e dall'interpretazione magnetica di Scott Reagers, assolutamente sopra le righe e meritevole di lode come quella del suo illustre successore Wino Weinrich.La seconda parte dell'album invece,è rappresentata dalla triade Zombie Hunger,la bellissima Psychopath e la conclusiva Burial At Sea; le composizioni si fanno piu' lunghe e lisergighe,ci mostrano la devozione dei Saint Vitus al sabba nero, grazie a canzoni cariche di magia, atmosfere sulfuree, riffs cadenzati ed ossessivi ed assoli avvolgenti, glaciali ed ispiratissimi che raggiungono picchi emozionali di rara bellezza.La cosa che piu' stupisce è la capacità dei Saint Vitus di farsi portavoce di un genere - il doom metal - che successivamente, grazie ad un album manifesto come Born Too Late,Epicus Dominicus Metallicus, e Day Of Reckoning,arriverà a toccare punte qualitative elevatissime.Il consiglio è di ascoltare quest'album,di farlo proprio pian piano,di respirarne il fascino,di chiudere gli occhi e lasciar vedere la vostra mente, fatevi trasportare dalla musica oltre le tenebre, oltre la soglia dell'inferno; ne rimarrete soggiogati, ubriacati da tanta acerba bellezza, barcollerete e cadrete infine ai suoi piedi, persi in una notte senza fine....
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Classico::.. Deep Purple - The House of Blue Light

Un errore grossolano. Una buca 3 metri per 3 sull’autostrada lastricata del successo. E Ian Gillan lo ammette in tutta franchezza: "Se riguardo indietro a 'House Of Blue Light', mi sento di dire che c’erano alcune buone canzoni ma mancava il vero spirito della band. Cinque professionisti in studio per dare il meglio, senza riuscirci! Una sorta di squadra di calcio che non procede perché tutti si sentono star e nessuno fa il portatore d’acqua, nessuno si mette al servizio dell’obiettivo finale. Cuore zero, risultato decisamente brutto". Basterebbero queste affermazioni per bollare questo lavoro come una disfatta: se gli interpreti non funzionano insieme a che serve continuare? Ma il business è una bestia senza sentimenti con in testa un registratore di cassa. Il cuore, un caveu con lingottoni aurei e fruscianti bigliettoni da contare e mettersi in tasca! Lo show deve andare avanti anche se fa cagare. Nell'aprile del 1984, i Deep Purple tornano a riunirsi nella formazione composta da Blackmore, Gillan, Glover, Lord e Paice, dopo aver sottoscritto un contratto con la Polydor per l'Europa e la Mercury per il Nordamerica. L'album era Perfect Strangers, un trionfo acclamato in tutto il mondo, che sbatteva di nuovo i Purple nelle preferenze dei nuovi kids e di vetusti rocker. Il grande clamore suscitato andava alimentato subito con un nuovo disco, ci mancherebbe; ma i vampiri dei dissapori interni sono lì che pendono dai lampioni, in attesa del collo attempato dei cinque musicisti, divenuti leggenda. In studio accade di tutto, Blackmore e Gillan si odiano, litigano e si mandano ripetutamente a fare altri mestieri in luoghi più o meno gradevoli, gli altri si barcamenano senza grinta: si respira aria pesante e poco produttiva. Un dente da cavarsi, nulla di più, due palle così. Succede di tutto e di più: abbandoni, riappacificazioni che durano come un cracker intinto nel kerosene, patti d’onore, registrazioni, cancellazioni, reincisioni, pezzi con timing diverso. Insomma “la casa dalla luce bluastra” esce perché deve uscire, per contratto, ma tutti ne avrebbero fatto a meno. Produttore Roger Glover con la band, gli incontri di boxe, pardon, le registrazioni si tengono nel Vermont, Usa, ai The Playhouse Stowe, mentre il tutto viene poi mixato agli Union Studios di Monaco di Baviera. Tra canzoncine allegre (Call of the Wild e Black & White), dove i cinque sembrano ricercare a tutti i costi l’orecchiabilità che fornisce la bombetta da classifica, il blues di Mitzi Dupree, dove Gillan parla di una ragazza conosciuta in aereo che per mestiere faceva la lanciatrice di palline di ping pong, indovinate con che organo? e il mucchio di merda di Dead or Alive, (definizione autografa dello stesso singer), qualche riff cattivo e significativo esce fuori -un po’ nascosto, a volte intristito, ma riesce a mettere il capino fuori. Bad Attitude non è male, Hard Lovin' Woman (notare che c’era già un pezzo con lo stesso titolo su In Rock) è un frammento ritmato alla Deep Purple con una buona chitarra, ma non fa certo intravedere visioni miracolose, mentre The Spanish Archer spande miasmi tipici degli albionici e gode di una buona melodia con un cantato tormentato. Strangeways e The Unwritten Law sono, a mio insindacabile parere, gli episodi migliori di un disco moscio come un soufflè appiattito. La prima, con melodie americane in apertura, convince con un incedere che più purpleiano di così non si può, e risulta essere costruita con ariosità ed aperture tastieristiche, la seconda invece è stranezza messa su solco vinilico: suoni di violino, chitarra ipnotica, drum tribale, e un chorus che si alza fiero; il solo di chitarra mostra l’epico Blackmore meno incazzuso e in forma. Un po’ poco per l’intera durata di un disco che proprio non ingrana. La cosa curiosa è la diversa durata dei pezzi a seconda della stampa su 33 giri e poi su cd. Molte tracks, per non dire la totalità, pubblicate su disco vinilico sono decisamente più corte rispetto a quelle immesse su cd nel 1987: la reale lunghezza dei pezzi verrà ristabilita con la riedizione in versione remaster del 1999. Insomma, un’operazione gestita malamente anche in questo ambito. Il tour mondiale, poi, raccolse su di se gli odi dei vari membri e partorì problematiche fino a quando Blackmore si ruppe un dito on stage e dovette abbandonare. Dopo tante tensioni la crisi si acuì e la band, spinta da Ritchie, pensò di sostituire il proprio cantante con il frontman dei Survivor, Jimi Jamison, ma quest’ultimo venne bloccato dalla sua casa discografica. Per guadagnare tempo fu pubblicato il live Nobody's Perfect nel 1988, che registrò vendite superiori allo stesso The House... e che portò i Purple a cambiare definitivamente singer, reclutando il grande, ma inadatto, ex Rainbow Joe Lynn Turner per il loro nuovo album. Da qualsiasi punto di osservazione lo si voglia vivisezionare questo platter è un passo falso, un fallimento. Le squadre vanno motivate, supportate, mentalizzate e il focus deve essere comune. Altrimenti accade questo: una salvezza raggiunta all’ultimo secondo dell’ultima giornata dei playout, conquistata solo con la classe degli interpreti, senza squilli, senza gioco corale, senza virtuosismi. Insomma, nulla più di un’autentica delusione.
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Classico::.. A Perfect Circle - Mer De Noms

Dubitare di tutto o credere a tutto sono due soluzioni ugualmente comode che ci dispensano, l'una come l'altra, dal riflettere. (Jules-Henri Poincaré) Album bello, bellissimo, questo Mer De Noms. Album di elevatissimo coinvolgimento emotivo, nel quale poesia e musica convivono in equilibrio magistrale. Sono pochi i dischi di questo livello, pochi abbiamo la fortuna di incontrarne nella nostra vita di tanta forza e capacità di penetrazione. Una rarità che ne eleva il valore e ne fa un disco prezioso, che occupa un posto importante nella discografia mondiale degli ultimi anni. Proprio così: questo è un disco che credo tutti debbano avere, o almeno ascoltare. Uno di quelli che funzionano da pietra di paragone, da stimolo artistico, da continua ispirazione. Insomma, un disco fondamentale. Solo che detto così sembra molto freddo e statistico, quando invece qua è la Musica a parlare e si tratta solo di ascoltare e farsi travolgere.Gli A Perfect Circle nascono prima di tutto da Billy Howerdel, chitarrista polistrumentista, con passato di tecnico della chitarra, che coinvolge Maynard James Keenan (Tool) nel progetto. Il cantante, dopo il successo dell’album Aenima, è alla ricerca di un ulteriore passo in avanti, di stimoli e suggestioni nuove. In questo senso, considerare A Perfect Circle una mera estensione dei Tool è un grave errore. Il gruppo gode di una identità sua, precisa e distinta: è il frutto delle composizioni di Howerdel prima di tutto, e della enorme curiosità e profondità artistica e lirica di Keenan in secondo luogo. La simbiosi, il profondo scambio artistico tra i due, è il motivo della nascita e della riuscita di questo Mer De Noms: un disco pensato, voluto, studiato e al tempo stesso profondamente emotivo, sensuale, coinvolgente. Non perfetto, questo no. Ma andiamo con ordine. Ad aiutare i due troviamo altri musicisti di grande talento: primi tra tutti Troy Van Leewuen alla chitarra (poi nei Queens of The Stone Age), Paz Lenchantin (poi negli Zwan di Billy Corgan) che cura le parti di violino, l’arrangiamento degli archi e suona il basso in Sleeping Beauty, e Tim Alexander (ex Primus) alla batteria (presente in The Hollow), in seguito sostituito da Josh Freese, session man di lungo corso. Altri musicisti ancora partecipano all’album e in seguito transiteranno nella band, cominciando da James Iha (ex Smashing Pumpkins) e Danny Lohner a cui è dedicata la canzone Renholdër. Un “mare di nomi” che ci accoglie con le sue sfaccettate personalità, con le sue storie e le sue emozioni in un viaggio che, al termine, lascia arricchiti e curiosi, pronti ad iniziare nuovamente il percorso, nonostante il costo in termini emotivi che l’ascolto comporta. Non solo rabbia o malinconia, non solo dolore nelle canzoni degli A Perfect Circle: in tutto l’album si respira infatti una sensualità potentissima e strisciante, che nell’iniziale The Hollow diventa paradigma stesso dell’incapacità umana di raggiungere un equilibrio, una condizione di soddisfazione: è il vuoto dentro di noi, incolmabile ed incombente, un desiderio che strema e dal quale non possiamo che ricercare rifugio e pacificazione. In ogni canzone, dietro ogni nome che compone Mer De Noms, c’è un storia, uno stato d’animo, un desiderio, un dolore. Ognuno di questi specchi riflette un’anima in tormento o in cerca di sublimazione nell’anno 2000, inutile come tutte le datazioni, dalle quale attendevamo risposte troppo grandi per dei semplici numeri casualmente ordinati a partire da una data incerta e non condivisa. Le canzoni sono quasi tutte in realtà piuttosto semplici, non lunghissime –raramente si raggiungono o si superano i cinque minuti- strutturate piuttosto regolarmente attorno alle interpretazioni di Keenan, che conferma la sua straordinaria abilità di artigiano di musiche originali ed emotive, su costruzioni melodiche che non sembrano in realtà poterle ospitare. La capacità di Keenan di inserirsi e costruire, fino a dominare il tessuto musicale, è assolutamente proverbiale e troverà un livello ancora più elevato nei successivi album dei Tool, nei quali la sua abilità diventa quasi maniacale e manierista tanto è portata ai suoi estremi. Nonostante i numerosi innesti industrial e i molti strumenti che intervengono negli arrangiamenti, in Mer De Noms è la chitarra di Howerdel a dettare i tempi e gli umori, e brani come la celeberrima Judith o la splendida, onirica, Orestes lo confermano appieno, ospitando anche degli assoli. Assolutamente fondamentale l’importanza della sezione ritmica, con un gran lavoro del basso e, soprattutto, un Josh Freese praticamente irrinunciabile, intelligente e versatile quanto assolutamente potente e discreto. E, se non tutte le canzoni possiedono la perfetta struttura armonico-melodica di 3 Libras od Orestes o i crescendo avviluppanti di The Hollow o Judith, comunque la sensazione di avere a che fare con un disco di qualità ed ispirazione superiore resiste fino in fondo -fino agli sperimentalismi industrial di Thinking of You, soffocante e spasmodica, o in quelli orientaleggianti e sospesi di Renholdër e Over. Nelle sue parti più melodiche e immediate, Mer De Noms sembra invece ricordarci che sperimentazione non fa necessariamente coppia con astrusità e incapacità di decifrazione, con lontananza e sprezzante distacco. Il disco coinvolge e richiede partecipazione: non ci si può alienare o pensare ad altro mentre si ascolta, o non sarà possibile seguirne lo sviluppo né capire i suoi dodici racconti. Se gli anni Novanta ci lasciano qualcosa, è questa sensazione di vuoto, di vertigine, di futuro incombente e inevitabile, di incomprensione di noi stessi e degli altri: questa ricerca continua di un senso, di un perché, e l’inconfessabile inutilità di ogni sforzo di fronte all’ineludibile destino che sembra averci avviluppati inesorabilmente. E’ ribellione, ma ribellione senza speranza, senza ideali, una ribellione iconoclasta e autoinflitta. E’ la necessità di tornare alla carne, ai sentimenti primari, alla vita basilare e semplice eppure irrinunciabilmente tecnologica ed avanzata. Un alveo elettrico, un utero cibernetico a cui i sentimenti sembrano contrapporsi sempre più debolmente, deviando lo spirito e rendendolo debole e rinchiuso. A tutto questo si ribella Mer De Noms, da questo prende le distanze con rabbia e violenta sensualità (lo ripeto ancora): dare i nomi, riscoprire le persone dietro ai numeri, rendere le loro storie, le nostre bassezze, è anche dare un volto, una umanità, una speranza. Come non cogliere la magia degli archi, calorosi e umani come una voce, alla fine del gorgo ossessivo e lancinante di Rose o il rifiuto dell’eterna risposta religiosa ai nostri dubbi, alle nostre debolezze contenuta in Judith? E se preghiera deve essere, allora è ad un uomo che il cantante rivolge la sua, in Thomas. E ancora: quanta umanità e quanto dolore nell’impossibilità di salvare un altro essere umano da se stesso, come in Sleeping Beauty o nella richiesta di salvezza, la sola possibile, in Breña?Gli A Perfect Circle in Mer De Noms danno vita ad un quadro splendido e cangiante, melodico e tutto sommato “facile”, accostabile da chiunque, metallaro o meno, ma al tempo stesso affascinante e complesso, profondo ed emotivamente coinvolgente. Il viaggio è dentro di noi, dentro i nostri piccoli sentimenti e ci mostra che è possibile cambiare, senza fare necessariamente delle rivoluzioni, purché lo si faccia con ispirazione e profondità. Disco bellissimo, Mer De Noms, che supera il tempo perché osserva in chiave moderna ciò che di più classico ci coinvolge tutti: la vita. Non perfetto, banalmente, come ogni cosa prodotta dall’uomo. Ammettiamolo candidamente, non tutte le canzoni sono di pari livello: non tutte mantengono la stessa lucidità, la stessa chiarezza d’intenti e di ispirazione; tanto che la seconda parte del disco sembra un po’ ripetere quanto già espresso precedentemente o perdersi in ricerche abbozzate e non concluse, forse anche volutamente incomplete, con la sola dolcissima eccezione di Breña. Ciò nulla toglie in realtà al valore del disco, che resta altissimo e solitario nella sua bellezza sporcata di oscurità. Buon ascolto.Meglio agitarsi nel dubbio, che riposare nell’errore (Alessandro Manzoni)
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Impiety - Worshippers of the Seventh Tyranny

Worshippers of the Seventh Tyranny, una sola lunghissima traccia della durata di ben 39 minuti. Ostica no?Decisamente sì dal punto di vista formale, ma non certo da quello dell'ascolto pratico.Senz’altro la scelta effettuata per il combo di questa release è stata oltremodo coraggiosa, basti pensare all'alta percentuale di sperimentazione contenuta in essa…tuttavia, proprio questo coraggio è da ritenersi meritevole di lode, specie se si considera il risultato finale che, a parere del sottoscritto, è da ritenersi d’indubbio successo.L'opera, consideratela come un ep, un lp o quanto di meglio vi aggradi, è concepita come una spedizione nei meandri di un accattivante black thrash molto simile a quello già precedentemente proposto dalla band.Nonostante la forma inusuale del platter, gli Impiety riescono comunque a presentarci un lavoro di alto livello, quasi quanto l'ep Advent Of…. Questa volta, però, le coordinate compositive cambiano leggermente rotta allo scopo di far addentrare l'ascoltatore in una dimensione più atmosferica, sempre volta al massacro sonoro, ma permeata maggiormente di pathos, elemento che, in verità, non sembra dispiacere affatto.Anzi, è proprio questo elemento che prova la versatilità del combo, il quale non si districa solamente in composizioni killer mozzafiato, ma riesce anche ad enfatizzare la propria opera distruttiva con l'utilizzo intelligente di espedienti melodici quali tappeti di tastiere e distesi passaggi chitarristici con effetto flanger.La tecnica è ineccepibile per ogni singolo strumento, tutto è ben calibrato in maniera da ottimizzare la coesione dei singoli membri del quartetto: l'arrangiamento risulta perciò studiato nei minimi dettagli al fine di poter assicurare la presenza di quel famoso pathos sopra citato.Data la sua enorme mole compositiva, Worshippers of the Seventh Tyranny si presenta come un progetto monolitico: quasi tre quarti d'ora di musica suddivisi in sette movimenti organizzati con gran compattezza e perizia fuori dal comune.Leggeri e oscuri tocchi di tastiera ci iniziano alla settima tirannia, l'attacco della batteria è ottimo, così come la sezione chitarristica, ricca di riff epici ed originali che ci accompagnano per tutte e sette le tappe dell'opera, Quest’ultima, già dal primo ascolto, si rivela frutto di un'inventiva fuori dal comune. Da lodare ancora una volta gli assoli di Guh Lu ed Eskathon, vere e proprie manne dagli inferi, prepotentemente meritevoli dell’altisonante titolo di guitar heroes del black contemporaneo.La prima parte del pezzo (presumibilmente i primi due movimenti), è caratterizzata da un songwriting aggressivo e diretto, mentre, verso il sedicesimo minuto, l'atmosfera si fa più rilassata e il suono inizia a vertere su soluzioni doom impreziosite tanto da synths evocativi quanto da chitarre distese. La parentesi doomish si dilunga fino al ventitreesimo minuto, laddove è ripreso il funereo intro del primo movimento: siamo così introdotti al quinto movimento, una cavalcata thrash devastante, per lo più strumentale, dotata della sezione solistica migliore dell'intero lavoro. Passiamo ora agli ultimi due movimenti, anch’essi quasi completamente strumentali: al trentacinquesimo minuto abbiamo una ripresa dei riff posti a metà canzone, con un notevole cambiamento di tema (che ci accompagnerà fino all'ultima nota) e vaghi accenni al ritornello iniziale.Partendo dal presupposto di una mente libera da qualsivoglia impedimento esterno, l'unico modo per apprezzare a pieno la complessità dell'opera è quello di effettuarne un ascolto integrale…quaranta minuti d’intenso fluire, preludio, assai poco scontato, ad un bivio imprescindibile: amore o odio?Giudizio ai posteri, tuttavia l'opinione del sottoscritto è decisamente positiva.
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Demo::.. Ritual Of Rebirth - Of Tides And Desert

INTRODUZIONENella vita ho imparato che, normalmente, i grandi risultati non arrivano se alla base non ci sono grandi sforzi da parte di chi quei risultati vuole raggiungere: certamente la fortuna, l'intuizione ed il caso possono aiutare a conseguire determinati obiettivi, ma senza un lavoro continuativo, senza l'impegno costante, la dedizione, la fiducia in se stessi e la tenacia di voler arrivare la dove in pochi sono arrivati, in genere non ce la si fa. Analogamente alla vita professionale e privata, il percorso di una band heavy metal è intriso di ostacoli: di solito è difficile ottenere delle vere soddisfazioni economiche dalla propria attività musicale, ed anche la risposta del pubblico (frazionatissimo in quanto a gusti e generi seguiti) può essere altisonante, complici anche i numerosi e talvolta insuperabili luoghi comuni che spesso si accompagnano ai tanti stili dell'heavy metal -sapete che voglio dire, no? Chi fa death fa casino e non ha anima, chi fa power parla solo di dragoni e fate, chi fa prog è un freddo onanista, chi fa neoclassic ha tanta tecnica ma non ha gusto, chi fa heavy non offre nulla di nuovo e via dicendo. In un ambiente così tanto esigente è difficilissimo emergere, far sentire la propria voce a quante più persone possibili, e sfido chiunque a comunicare qualcosa a qualcuno che proprio non vuole saperne di sentire cos'hai da dire; è proprio per questo che il ruolo degli scribacchini come me è importante: è nostro il dovere di ascoltare cosa i musicisti hanno da dire, di riferirvelo e di dare un giudizio sul loro lavoro. Vostra invece è la scelta di ascoltare il nostro consiglio o meno: ciò che più importa, tuttavia, è che ciascuna singola recensione faccia parlare di sè, perchè alla fine l'essenza di tutto questo nostro lavoro è di diffondere la cultura dell'heavy metal. In questa nostra "mission" si integra anche la recensione che state per leggere, relativa all'ultimo album in studio dei deathsters Nostrani Ritual Of Rebirth, Of Tides And Desert, disponibile già da diverse settimane per il download gratuito su questa pagina di Jamendo.com. Il perchè di questa lunga, ma necessaria, introduzione? Spero di potervelo far capire nelle righe che seguono.NON E' IL SOLITO 'AUTOPRODOTTO'Stringo in mano la mia copia promozionale di Of Tides And Desert e la prima cosa che penso è che questo è tutto fuorchè un classico disco autoprodotto: il comparto grafico del booklet (ad opera di Davide Nadalin di NerveDesign) è curato benissimo, come se l'album fosse stato edito da una delle più blasonate label del genere, e la qualità del suono è a livelli decisamente professionali. Il disco suona potente, carico ed incazzato: le pesantissime chitarre sono ben miscelate al suono del basso e della batteria, fornendo così una base d'appoggio molto solida per il growling aggressivo di Alessandro Gorla. Dal punto di vista formale i Ritual Of Rebirth sono in forma smagliante, non avendo assolutamente nulla da invidiare alle brillanti produzioni che negli ultimi anni stanno invadendo il mercato, complici anche gli enormi progressi fatti nell'ambito del digital recording: insomma i genovesi si dimostrano più che al passo coi tempi, merito sicuramente anche del lavoro svolto in fase di mastering da Tommy Talamanca (storico tastierista dei Sadist) presso i Nadir Studio di Genova e della produzione pulita del chitarrista della band Fabio Palombi nei suoi MelaZeta Studio. Il richiamo a queste tre realtà -sia chiaro- è d'obbligo vista la bontà del risultato conseguito, ed anche se questa release non è supportata da una label -per scelta stessa della band, da quanto ho capito- ricordate che la cosa non ha alcuna conseguenza negativa sul disco in esame, anzi. Non facciate l'errore di considerare Of Tides And Desert alla stregua di un demo registrato in cantina, perchè non è affatto così...NON E' LA SOLITA 'BAND EMERGENTE'Of Tides And Desert è composto di otto brani inediti che, dal punto di vista lirico, hanno in comune metafore sociali e, dal punto di vista musicale, caratteristiche che in realtà appartengono ad approcci tra loro apparentemente simili, ma sostanzialmente diversi: giusto per farvi capire di che tipo di musica sia fatto quest'album, provate a prendere la rabbia di The Gathering dei thrashers statunitensi Testament ed unitela alla compattezza delle chitarre di album come The Mind's I degli swedish deathsters Dark Tranquillity, bagnate il tutto con la ritmicità tipica del thrash-core tipo i The Haunted di rEVOLVEr ed avrete un'idea di quello che abbiamo di fronte. Un album dritto come un'autostrada, veloce come un aereo, pesante come una montagna e rabbioso come una folla inferocita, un album che non si può ascoltare a basso volume, un album che vi costringerà a fare headbanging sin dalle prime note dell'introduttiva Of Tides And Desert, e che nella successiva Skep.Tic andrà ancora più veloce, aprendo i giri d'accordi ed alternando i classici riff "in your face" a delle inaspettate e brevissime pause di riflessione. Importanti inoltre le presenze "esterne" ai canoni del genere, e con ciò mi riferisco alle percussioni orientaleggianti che possiamo ascoltare al centro di All Is Blank ed alle intriganti frasi di pianoforte che si trovano sulle ultime Hell to Pay e The Blind Watchmaker, che garantiscono quel quid di originalità che in un buon disco non può né deve mancare.Ma le caratteristiche fondamentali di Of Tides And Desert sono sicuramente altre: prima di tutto la continuità con cui la band affronta l'album che, bene o male, mantiene dall'inizio alla fine lo stesso approccio violento ma melodico, immediatamente riconoscibile ma anche suscettibile di interpretazione ed identificazione. In secondo luogo è bene notare come, accanto a dei brani belli ma che, volendo, avrebbero potuto essere realizzati da qualunque bravo musicista, ci siano delle vere e proprie perle: la titletrack, Skep.Tic, Zebra Stripes, Hell To Pay e The Blind Watchmaker hanno tutto quello che serve ad una band per sfondare sul mercato internazionale; questi brani parlano un linguaggio comune a tutte le Nazioni, e sono sufficientemente originali da poter permettere ai Ritual Of Rebirth di distinguersi in mezzo alle migliaia di band che concorrono a formare questo filone di musica. Infine vorrei sottolineare un altro aspetto importantissimo, relativo alla durevolezza del disco nel tempo: è da circa un mese e mezzo che ascolto con piacere Of Tides And Desert, e non ho in programma di smettere molto presto, segno inequivocabile di quanto quest'album mi abbia preso, ma anche di quanto efficace sia il suo contenuto, considerato anche il fatto che -personalmente- mi ritengo di gusti abbastanza difficili.SONO I RITUAL OF REBIRTHOf Tides And Desert è ciò che oggi sono i Ritual Of Rebirth: i Ritual Of Rebirth sono una band che da sola ha realizzato otto canzoni molto buone, con dei picchi di eccellenza, per di più incise a livelli assolutamente professionali. I Ritual Of Rebirth sono una band che non deve niente a nessuno e che, anzichè mettere in vendita il CD per quantomeno rientrare nei costi di produzione, lo rende disponibile per il download gratuito. I Ritual Of Rebirth sono quello che potrete sentire su questo disco perchè hanno scelto di esserlo, non perchè guidati da chissà quale linea di vendita commerciale: quale che sia il vostro genere metal preferito, date loro una chance, senza farvi trarre in inganno dal fatto che questo disco non ha il supporto di un'etichetta importante, o dalla dicitura "death metal" che trovate in alto a destra di questa recensione, senza neanche farvi disorientare dal voto che trovate qui sotto -calcolato tenendo conto della qualità della produzione, degli arrangiamenti, della longevità del disco e dell'originalità della proposta. Date a questa band ciò che si merita: io, nel mio piccolo, ho deciso di premiare i Ritual Of Rebirth con una recensione in grado di far luce sugli aspetti più importanti del platter; voi, invece, avrete "solo" due opportunità: ignorare l'album o scaricarlo (legalmente e gratuitamente) da Jamendo.com.A voi la scelta.
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Contemporanea::.. Neranature - Shattered (single)

Nel corso degli ultimi mesi abbiamo avuto conoscenza della nascita dei Neranature, progetto parallelo dell'affascinante cantante dei symphonic blacksters polacchi Darzamat, Nera. Edito a maggio dalla connazionale Metal Mind Productions, il debut album della band Foresting Wounds è anticipato dall'uscita del singolo ad oggetto della presente recensione, Shattered, che proprio in questi giorni sta facendo il giro di diverse radio europee. Accompagnato dalla cover di The World Is Not Enough (originariamente pubblicata come singolo, nel 1999, dagli alternative rockers statunitensi Garbage), il dischetto che ho nelle mie mani ben si presta ad essere inserito nella sezione di Metallized chiamata "low gain", dato il tenore morbido dei due brani proposti e più in generale considerata la tendenza ad un approccio rilassato da parte dei quattro musicisti coinvolti nell'operazione. Chiaro che con due brani a disposizione non si può in alcun modo giudicare un gruppo o un intero album, ma d'altra parte se proprio questi due pezzi (che finiranno sul disco completo) sono stati scelti per promuovere il CD d'imminente uscita, allora è evidente che la direzione stilistica intrapresa dev'essere questa: ed è proprio di questo che parleremo in quest'articolo.I Neranature si presentano alla luce di tre aspetti principali: la prima cosa che balza all'occhio è costituita infatti dalla presenza preponderante di atmosfere melodiche molto semplici e rilassate, sostenute talvolta da "grassi" giri di chitarra elettrica distorta, che certamente sono utili a garantire alla band l'inserimento in un contesto duro ma che comunque non nascondono il potenziale commerciale della musica proposta, che per via della sua estrema riconoscibilità non farebbe fatica a farsi apprezzare neanche da quella fascia di pubblico generalmente non avezza alle sonorità care al metal ed ai suoi derivati. Gli arrangiamenti scelti, con particolare riferimento alla cover dei Garbage, fanno sperare in un approccio riflessivo, volto a valorizzare il suono delle chitarre pur mantenendo sul podio il ruolo della voce di Nera, evidentemente (e più che lecitamente) protagonista del suo personalissimo side project. Dulcis in fundo, come spesso avviene per band provenienti dal mondo del metal e che si gettano in album orecchiabili anche ai non addetti ai lavori, il risultato finale è comunque gradevole, costituendo questo Shattered un buon antipasto per quello che -ce lo auguriamo- sarà un gran bell'album.Spero pertanto che l'ascolto di Foresting Wounds, primo full-lenght dei Neranature, possa confermare le impressioni positive che ho avuto modo di sviluppare come conseguenza dell'ascolto di Shattered: certo che il contenuto del disco sarà più vario di quanto possa essere offerto da due semplici brani, voglio sperare che l'approccio riflessivo -quasi di classe- di cui parlavo qualche riga sopra vi si ritrovi in quantità ancora maggiori. Se non fosse questo il caso, il rischio di trovarsi di fronte ad un disco sterile e poco innovativo rovinerebbe quella sana attesa che Shattered è riuscito a creare nel sottoscritto.Nota di chiusura: in relazione alla valutazione numerica, è evidente che non si può dare un voto a soli due pezzi; per questo marginalissimo aspetto non potremo far altro che aspettare la recensione di Foresting Wounds...
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A Dream Of Poe - The Mirror Of Deliverance

Gothic/doom metal di ottimo livello per il primo vero e proprio full-length dei portoghesi A dream of Poe, dopo il live For a Glance of the Lost Lenore del 2008 e i due EP Sorrow for the Lost Lenore e Lady of Shalott, giunti a distanza di un anno l’uno dall’altro. The mirror of deliverance può essere a buon ragione considerato il miglior trampolino di lancio per la band di Bruno Spell Santos, polistrumentista e vero e proprio master mind del gruppo. Sebbene, infatti, il disco non rinnovi il genere e My Dying Bride, Dolorian e Mar de Grises facciano capolino qua e là tra le sei tracce dell’album, possiamo parlare di una band in continua crescita, capace di proporre brani intriganti ed estremamente godibili, senza risultare inconsistente o priva di mordente. L’album si apre con Neophyte, opener perfetta per i cinquanta minuti a venire di malinconia ed epica passione. I testi, curati dall’ospite Paulo Pacheco e sempre ispirati alle opere di Edgar Allan Poe (il cui nome è presente come evidente anche nel moniker della band), trasudano poesia da ogni verso ma, pregio non sempre diffuso tra le band gothic/doom, riescono ad offrire all’ascoltatore una grande varietà di emozioni e immagini, senza fossilizzarsi sulle “classiche” desolazione e tristezza che sono il vero e proprio cliché del genere. Le voci sono ancora una volta affidate all’ospite João Melo, il quale si conferma all’altezza delle musiche, che vedono un lavoro di chitarra davvero sopra le righe. Basta ascoltare Os Vultos per rendersene conto: arpeggi di chitarra a tratti cullanti, a tratti angoscianti, sovrastati dalla voce di Melo, che alterna recitazione e growl. Il testo, come si evince dal titolo, è in portoghese (per la prima volta nella storia della band): l’esperimento può dirsi azzeccato e rappresenta un vero e proprio valore aggiunto del disco. Per risultare originali nella marea di band gothic/doom, puntare sull’originalità della propria provenienza e sulla peculiarità della propria lingua madre può essere la strada per una proposta matura e che riesca a distinguersi. In The Mirror of Deliverance troviamo inoltre Lady of Shalott, title-track dell’EP precedente, riproposta in una nuova versione ancor più riuscita nella sua melanconica disperazione. A seguire, Liber XLIX, che in più momenti (cantato recitato, lavoro di chitarre) mi ha ricordato uno dei capolavori più recenti dei My Dying Bride, l’album Songs of Darkness, Words of Light. Traccia più breve del disco è The Lost King of the Lyre, che inizia con una doppia cassa incalzante prima di lasciar spazio al growl di Melo, in uno dei pochi momenti in cui si riaffaccia l’influenza death, percettibile solo in pochi passaggi di un album che, per influenze, è facilmente ascrivibile al doom (echi di Candlemass permeano tutti i 50 minuti del disco).La chiusura del disco è affidata a Chrysopoeia, una vera e propria cavalcata doom, che in quasi dodici minuti sintetizza al meglio la proposta stilistica della band delle Azzorre, tra continue alternanze di voci, cambi di ritmo e di emozioni, con innesti di suoni (pioggia e pianti) che creano un’atmosfera spettrale. In conclusione, possiamo parlare con tranquillità di un ottimo disco, destinato non solo agli appassionati del genere ma anche a chi voglia avvicinarsi al gothic/doom per la prima volta. The Mirror of Deliverance rappresenta un punto di grande maturazione per gli A Dream of Poe, dai quali è lecito aspettarsi ancora prodotti di tale qualità, magari con qualche brano in più nella loro linguamadre, visto l’esperimento riuscitissimo di Os Vultos.
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Obscura - Omnivium

“L'arte deve iniziare con consapevolezza e terminare nell'inconscio, cioè oggettivamente; l'Io è consapevole rispetto alla produzione, inconscio rispetto al prodotto.” (Friedrich W. J. Von Schelling)Leggete più e più volte queste parole, fatele volteggiare nei vostri pensieri e rapportatele al vostro esistere. Certo, suonano pompose, prive di una vera logica applicativa, idealmente scevre di contenuti materiali o materializzabili. La scelta è bicromatica, o bianco, o nero, non ci sono sfumature che tengano. Possiamo parlare di banalità o di estrema profondità.Ho impiegato molto tempo per capire se questa doveva essere un’analisi bianca oppure un’analisi nera, ho ponderato molto sui pensieri che andrò a condividere con voi e sono giunto alla conclusione che questa recensione non poteva sostenersi sul mero parlare di musica. Sarebbe irriguardoso, nel contesto, pensare di poter limitare il proprio giudizio unicamente riflettendo l’aspetto sonoro, tecnico e/o compositivo. Omnivium è il manifesto di ciò che probabilmente è la massima espressione del polarismo musicale insito nel fruitore. La verità di questo disco non sta nel mezzo, la ragione non è di frangia alcuna. L’ascolto di questa opera richiede non solo un impegno uditivo, ma un vero e proprio approccio interattivo che solo l’umiltà del voler sapere e il tacito assenso a voler essere delle cavie emozionali possono innescare.Non vi nascondo che ho faticato molto nel portare avanti la mia scelta di proporre una docu-recensione, la mia infarinatura sul pensiero Schellinghiano non poteva bastare da sola e mi sono preso la briga – cosa che consiglio a chiunque desideri vivere questo disco con tutti gli strumenti atti al fine – di approfondire l’analisi mistico-filosofica contenuta nello scritto Clara, ovvero Sulla connessione della natura e il mondo degli spiriti, concept lirico alla base del platter.Ma anche ciò non basta, infatti, come in ogni concept album degno di tal nome, i testi non possono essere messi su un piano inferiore a quello sonoro. Senza dilungarmi oltremodo sull’aspetto delle nozioni preliminari che necessita l’approccio ad Omnivium, provo, con un brevissimo excursus sostanziale di quella che reputo la vera chiave di lettura del platter – non esente a sua volta da un giudizio di fondo – a spiegarmi del tutto.Schelling (come Hegel, Schopenhauer ed in generale i filosofi del romanticismo svevo) sostiene come la musica, e più in generale l'arte, colga ed esprima l'Assoluto immediatamente, nella sua totalità, al contrario dalla filosofia, la quale viceversa permette di intravedere scorci di questa entità, con l’ausilio del ragionamento. Schelling pone in essere l’accostamento della musica all'architettura:"L'architettura è musica nello spazio, una sorta di musica congelata."E per meglio comprendere tale affermazione ci basti riferirci alla definizione che Hegel da del paragone sopracitato:"L'architettura si serve della massa fisica pesante, della sua spazialità inerte e delle sue forme esteriori. La musica invece si serve del suono, elemento animato pieno di vita, che si affranca dall'estensione, che manifesta differenze qualitative e quantitative, e si precipita nella sua rapida corsa attraverso il tempo. Le opere delle due arti appartengono a due sfere dello spirito completamente diverse. L'architettura eleva le sue colossali immagini che l'occhio contempla nelle loro forme simboliche e nella loro eterna immobilità, mentre il mondo rapido e fuggitivo dei suoni penetra immediatamente attraverso l'orecchio, nell'intimo dell'anima."Capite? Tale chiave di lettura, oltre che affascinante, avrebbe reso il mio “lavoro” fine a se stesso nel caso in cui io avessi optato per una disamina pura e cruda.“Omnivium, ovvero di tutti, ma non per tutti.”Gli Obscura non dovevano dimostrare niente a nessuno, a parte forse di non essere solo un raffinato e affinato ibrido tra i mostri sacri del progressive death metal degli ultimi vent’anni. Ci riescono in parte, o meglio, provano a farlo nell’ambito di scelte artistiche fin troppo complicate per assecondare tale fine. Ricordate l’incipit? L’Io è consapevole rispetto alla produzione, inconscio rispetto al prodotto. Omnivium
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Midnattsol - The Metamorphosis Melody

I tedeschi Midnattsol giungono al loro terzo album e lo fanno con alle spalle due lavori di dubbia utilità: i precedenti album risultano infatti insipidi e privi di qualsiasi stile, ossia destinati a finire nel cosiddetto dimenticatoio. Ci si aspetterebbe dunque una scossa - in positivo - alla loro carriera ma, anticipiamolo, non è così.Il primo elemento da notare è che neanche la casa discografica conosce ciò che i Midnattsol propongono veramente: leggendo la biografia offerta dalla Napalm Records, mi sono imbattuto in etichette, quali “nordic folk metal” o “nordic gothic metal”, che mi hanno lasciato relativamente perplesso dato che, dopo diversi ed accurati ascolti, ho riscontrato che né il termine “nordic”, né la dicitura “folk” hanno reali riscontri all’interno del sound. Ciò che invece pare probabile, è che tali etichettature siano state rese pubbliche per motivi d’immagine dovuti alla grande diffusione di cui gode al giorno d’oggi la musica con richiami contemporaneamente nordici e popolari. Rimanendo su ciò che viene scritto nella biografia, sono rimasto sconcertato anche dal fatto che i Midnattsol vengano avvicinati a gruppi celebri quali Bathory o Amorphis, e descritti come una band capace di attirare una grossa cerchia di ascoltatori. La loro musica, a detta della label, sarebbe inoltre misteriosa quanto l’aurora boreale. Il tutto suona davvero divertente.Dopo svariate risate derivanti dalla lettura di questa generosa biografia (tanto per usare un eufemismo), passo a descrivervi ciò che realmente questo disco contiene: innanzitutto non vi sono tracce di folk metal, a meno di non intendere quest’ultimo come l’esecuzione di un brano acustico, oppure di qualche accordo di chitarra elettrica in pulito; inoltre, data l’immensa varietà delle canzoni (sono ironico), la cosa che rimane maggiormente impressa è la pochezza di questo lavoro (sono realista), al punto che già dal terzo brano si rischiano sbadigli; infine, la voce, incapace di donare carattere ai componimenti e di intrattenere l‘ascoltatore, portando quest’ultimo verso disinteressati lidi della propria mente. Indiscutibilmente insufficiente la performance del cantato, in evidente difficoltà nei toni alti e totalmente piatta in qualsiasi istante della tracklist. Per il resto The Metamorphosis Melody si apre con Alva, una intro sinfonica accompagnata da un corposo riff di chitarra elettrica che introduce verso la title-track, traccia di per sé non orribile ma rovinata dalla conduzione chitarristica: il drumming, grazie all’uso della doppia cassa, riesce a valorizzare l’insieme; il riffing è potente, merito anche dell’ottima produzione, ma purtroppo banale e ripetitivo, così come l’assolo e il motivetto melodico del finale, entrambi “malati” di “già sentito”. Ed il problema non è essere di fronte ad un (unico) brano mal riuscito, cosa che può effettivamente capitare, ma ad una serie insulsa di idee identiche. Arpeggi, riff e tempi sono sempre i medesimi; unica nota positiva è data dalle tastiere senza che queste corrispondono comunque a concetti musicalmente innovativi. L’unica traccia che si differenzia (anche per il risultato) è Goodbye: totalmente acustica e, in fin dei conti, anche ben riuscita, vi donerà poco meno di quattro minuti di relax, sempre che riusciate ad arrivare sin qui. Traendo le dovute conclusioni, posso dire che questo lavoro si introduce quasi inutilmente nel panorama musicale di quest’anno, mancando di qualsiasi aspetto positivo. Non mi dovrei permettere di dare consigli a formazioni professionistiche (o presunte tali), ma nello specifico c’è bisogno di un netto cambiamento, a partire dal songwriting.Sappiate, qualora vogliate comunque procedere all’acquisto, che io vi ho avvertito...
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La Caruta Di Li Dei - Era

Torna a farsi vivo in questa primavera, dopo un lungo silenzio, anche il progetto La Caruta Di Li Dei con il nuovo mini-cd Era, compreso nel lotto di ben 6 EP che la Inch Productions pubblicherà entro il venerdì santo.Ammetto di essere stato un grande fan della band, soprattutto grazie al debutto Mediterraneo Atto I (ricevuto, da buon fan adorante, direttamente dalle mani di Agghiastru), ma di averne perso le tracce con il trascorrere degli anni (ormai 13) in cui il progetto si è un po' arenato a lato della grande galassia della scena mediterranea ed ora sembra vivacchiare, nonostante nominalmente sotto contratto con la Inch, di EP pubblicati come CD-R e privi di una vera distribuzione (cioè dei demo, se vogliamo chiamare le cose con il loro nome).Liricamente questo EP continua l'epopea del guerriero Keleo (siamo nella Magna Grecia), in eterna lotta contro gli dei dell'Olimpo, che in questo nuovo episodio potrà contare sui desideri di vendetta di Era, sposa e sorella di Zeus.Al di là dell'intreccio lirico, le cinque tracce di Era stupiscono più che altro per l'assenza di richiami musicali al mondo grecoromano, così ben ricostruito nelle releases passate (da un punto di vista epico ed emozionale, non certo storico-musicale). Quello che rimane è un intreccio indefinibile, cha ha come base d'appoggio il black metal ma si evolve in parecchie direzioni differenti grazie alle tastiere e all'elettronica. Il giro di apertura di Kudrena di Xora è l'unico a richiamare lo spirito di Mediterraneo Atto I, ma la traccia si evolve verso un avantgarde-black piacevole ma un po' confusionario. Ancora matrici black-oriented nella title track, aperta dalle spoken words di Lifinia, stavolta di orientamento più chitarristico, che si abbandona nel ritornello alle tastiere e alle clean vocals. Asciati Nesba è solo un'appendice brano precedente, e nonostante le contaminazioni folk riprese dal progetto "solista" di Agghiastru suona come un momento un po' interlocutorio.A Malea riprende il ritornello dell'opener, reinterpretandolo in chiave più black, e sullo stesso percorso si muove anche La Caruta Di Era.I momenti black più tirati sono quelli che soffrono di una produzione meno brillante, con chitarre un po' troppo "raw" e uno scream troppo low-fi che un po' stridono nel progetto meno estremo del mastermind agrigentino, che ha sempre ammantato i suoi La Caruta Di Li Dei di sonorità più calde e mediterranee. A convincermi poco, soprattutto concettualmente, è anche l'ossessivo ripetere, diversamente arrangiato, del riff portante di Kudrena Di Xora, trovata che comunque aiuta a dare uniformità ad un lavoro che in soli 22 minuti contiene tanti riferimenti e stili diversi.Al di là di qualche evidente limite (soprattutto la produzione, in alcuni frangenti davvero amatoriale), Era procede in modo scorrevole, anche se non fa gridare al miracolo e di certo non si rivelerà il migliore fra i 6 EP in uscita in questi giorni. Insomma un lavoro più che sufficiente, anche se il siciliano ha ampiamente dimostrato di saper fare di meglio. Tutto sommato sarebbe bastata un poco di cura in più per far salire il voto anche in modo sensibile. Produrre magari solo 3 EP invece di ben 6, tutti in una volta, non avrebbe permesso di curare meglio ogni singola uscita? Quello che mi piacerebbe ora sarebbe che Agghiastru, artista geniale ma dispersivo, concentrasse per un po' le sue energie sul progetto La Caruta Di Li Dei per produrre il tanto atteso (almeno da me) Mediterraneo Atto II. Dopo 13 anni ce lo meritiamo sia noi fans che La Caruta stessa, che senza la giusta cura rischia di finire (o ci è già finita?) nel dimenticatoio, vivacchiando di stenti fra un demo (EP, questo è un EP!) e l'altro.Astru, ce lo fai 'sto favore?
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Pantheist - Pantheist

Ok, c’è qualcosa che non “torna”. O che semplicemente non “torna” al sottoscritto.Sono un grandissimo fan dei Pantheist. Conosco la loro discografia a menadito e ho un buon rapporto con tutte le sperimentazioni di cui si sono fatti carico. Ma sono anche un extreme doomster e da poco, con la pubblicazione di Barock, mi ero concesso il sogno di un rientro robusto e pesante nella vena dei fantasmagorici esordi, quando l’allora formazione godeva ancora dei servigi (per lo più chitarristici ed in sede live) di Stijn Van Cauter. Barock ha solo pochi mesi di vita ed inizialmente si credeva fosse l’apripista di questo omonimo, quarto full-lenght, onde poi scoprirne l’inaspettata esclusione: essa è dunque reperibile solo mettendo mano alla compilation Unveiling The Signs, operazione che la presenta assieme ad altri side-project di Kostas Panagiotou – mente e fulcro della band. Ce l’avete presente? Stupenda, ha un sapore amaro, una mise solenne, nuance torbide. È insomma uno di quei pezzi che rimangono impressi nella mente di pubblico e addetti ai lavori, così come lo furono Envy Us, Apologeia e The Loss Of Innocence, tanto per citare qualche esempio celebre. Ma come vi dicevo qualcosa non mi “torna”. O forse semplicemente non mi “torna” completamente.Basterebbe ascoltare il primo brano diffuso sul myspace ufficiale, Broken Statue, per capire che i Pantheist vogliono ora affrontare la materia in modo diverso – diciamolo – molto più “commerciale” e rockeggiante di quanto desiderassi. Già, ma io il promozionale ce l’ho da tempo e questa prima, cercata ostentazione non l’ho vissuta. Anzi, nell’economia di Pantheist, l’overture – affidata a One Of This Funerals – sembra voler confermare le aspettative post Barock, dispiegando un benvenuto tipicamente pant(h)eistico: soffio dell’organo, doppia cassa e basso a scandire le ottave parti di un intervallo bradicardio, chitarra costretta nel solito gain grezzo ed opprimente, linea melodica affidata alle keys ed alla solista, nessuna traccia di cantato. Una stesura, insomma, piuttosto integerrima che si interrompe improvvisamente sulle note dolci ed immateriali della citata Broken Statue. E d’improvviso mi salta agli occhi la strambata di cui vi ho appena fatto cenno.In effetti gli inglesi (d’adozione) ci hanno abituati ad interpretazioni abbastanza libere in fatto di doom estremo: l’estrazione incontrovertibilmente funeral di O Solitude è stata infatti stravolta con il passare degli album, prima dalle angosciose contaminazioni death-style di Amartia, poi dall’intricata tessitura classic/stoner di Journey Through Lands Unknown, che peraltro contiene moltissime “licenze” progressive. Ma se è vero che di evoluzione (sui generis) si vuole continuare a parlare, cerchiamo almeno di capire come questa incide sull’apprezzamento finale.Dicevamo di Broken Statue: pianoforte e chitarra acustica stendono un tappeto triste e sconsolante su cui si adagia la voce flemmatica e pulita di Kostas. Così, d’impatto, la traccia è melodicissima, rilassata ed accessibile, quasi fosse un lentone incluso in un disco metal ottantiano o la classica traccia di cassetta alla Anathema ultimo periodo. Gli indizi che mi convincerebbero a prepararmi ad un bagno di gothic/rock (diciamo melodic doom, per non essere troppo definitivi) ci sarebbero tutti, non fosse che un piccolo rafforzamento vocale e chitarristico posto a metà minutaggio paia suonare come la timida ammissione di colpa per un episodio decontestualizzato e con una vita totalmente propria. Il gradimento migliora con gli ascolti, senza comunque toccare i picchi raggiunti dai singoli/capolavori che vi ho elencato poco fa.Con The Storm, altra maratona di oltre 11 minuti, continua però la mia perplessità. L’inizio del pezzo, guidato da un approccio quasi “unplugged”, è decisamente paragonabile al precedente. La traccia gode però di un’intensificazione marcata, soprattutto con l’ingresso (il primo, dopo oltre 15 minuti di play) del growling. Ora si ascoltano i Pantheist che conosco, con il loro modus operandi che scomoda contemporaneamente i tasti e le corde, per la conduzione orizzontale, nonché il cantato distorto – in abbinamento a quello pulito – per la fase vocale. Venti di doom sabbathiano, intarsi funerei, inserti di rock psichedelico e progressivo anni ’70 si fondono perseguendo con discreto successo la summa di brani vincenti alla Dum Spiro Despero. La chiusura orientaleggiante, affidata agli arabeschi dell’esordiente Pepijn Van Houwelingen, ben si sposa con lo stacchetto prog-style dell’altra new entry Aleksej Obradovic (che sostituisce nella line-up l’immenso Mark Bodossian al 4 corde). Si inizia a ragionare e a gustare una trama esclusiva e nobile.Comincia dunque a “tornare” qualcosa?Tornerebbe, avrei voglia di dire, se all’interno della tracklist non fosse stata inserita la successiva e sorniona Be Here. Prima di scatenare un putiferio incentrato sul gradimento di quello che certamente è l’episodio più commerciale (in senso negativo) di tutta la carriera dei nostri beniamini, mi preme specificare che – presa singolarmente e ripulita dalle aspettative del pubblico nativo – l’aria principale sarebbe anche passabile, non fosse per l’atteggiamento esageratamente diluito ed edulcorato di chitarra e voce (l’una lucidata con effetti sgargianti ed inutili feedback, l’altra troppo ingentilita nella timbrica) e per alcuni inutili arrangiamenti orchestrali che la mercificano escludendo così la possibilità di un giudizio positivo. A peggiorare il dissenso, la presenza di un songwriting convenzionale che, comprendendo una prevedibile successione strofe-bridge-chorus, si distanzia dalla normale conduzione “semi-libera” di Kostas. L’impressione è quella di una ricerca di consensi che altrimenti non avrebbe ragione di essere pretesa; l’effetto è quello di aver creato una specie di Nothing Else Matters underground, sbrodolata, fine a sé stessa, troppo melensa e moscia: mi fosse chiesto di farlo, ne consiglierei l’ascolto solo ad un pubblico esclusivamente gothic-addicted e per di più dal palato grossolano.Rimangono tre titoli, solo tre, per cercare un rimedio al mio smarrimento. Per fortuna (e merito dei Pantheist) 4:59 e Brighter Days sono da pollice alto. Entrambe suonano come avrei desiderato facesse ogni singola track, ossia in modo solenne, morboso ed accorato. Buonissimo il cantato di 4:59, seppur ancora manipolato dall’ingegneria in modo da apparire delicato anziché grave – come meglio converrebbe a prodotti del genere –. Lo stesso è però pregno di una soave drammaticità che assume contorni simili a quelli disegnati dalle performance di mr Frode Frosmo negli ultimi prodotti targati Funeral (la similitudine sta anche nella registrazione di una seconda linea armonizzante che ne “sublima” la restituzione). Lo spessore verticale della sezione strumentale è molto ingombrante a causa dei sinth e dei feedback elettronici applicati alle 6 corde, tuttavia – aiutata dalla breve durata – la traccia prende i connotati di un interludio, mostrandosi incorporea e spirituale. Brighter Days parte invece con un concentrato indiscutibilmente funeral, partorito tenendo conto degli spunti stilistici dei maestri Skepticism, che già fecero leva sulle fatiche passate. L’ensemble iniziale, imponente in virtù dell’utilizzo dell’organo ecclesiastico, incede con esemplare lentezza accompagnato dal riffing stanco e dilatato del nuovo axeman; con il passare dei secondi Brighter Days modifica la propria essenza sotto la spinta di un drumming più articolato e veloce (si fa per dire), dirigendosi in quel limbo paradisiaco di classic/psichedelic/prog doom che ha caratterizzato Journey Through Lands Unknown, prima di ripetersi nei territori dell’avvio. Peccato per la lettura irreprensibile e costrittiva del vocalism (comunque più concreto rispetto a quanto presentato in 4:59), ancora una volta spoglio di un growling che, opportunamente alternato al pulito, ne avrebbe esaltato l’intelaiatura fondamentalmente extreme. Chiude l’opera la tediosa Live Through Me, brano di cui fatico a trovare un senso compiuto e che non apprezzo in nessun senso: l’estrazione stilistica è quella di Broken Statue, ma l’effetto decisamente peggiore.In questa specie di track by track libero, ho già toccato, commentandoli, alcuni argomenti stilistici. Sintetizzo i concetti cardine, giusto per non lasciare nulla al caso e per permettere a chiunque di avvicinarsi nella massima consapevolezza al CD.Lati positivi: i Pantheist conservano molti dei propri stilemi, concentrando diverse visioni di doom capaci di soddisfare sia palati ortodossi, sia menti aperte alla sperimentazione. Il clean è migliorato tecnicamente. Il drumming, piuttosto vario, ed include parecchi mid-tempos che movimentano la release. La preparazione dei musicisti ed il confezionamento generale è ineccepibile. One Of This Funerals, The Storm, 4:59 e Brighter Days giustificano da sole il prezzo di copertina.Lati negativi: l’ispirazione è sfruttata in modo non cinico. Alcuni brani (Be Here e Live Through Me su tutti) sono estremamente commerciali e, per di più, poco interessanti. Il growling è usato di rado. La produzione è adeguata solo alle tracce più aperte, suonando troppo scarica nei momenti ad “alto-voltaggio”. Concludo. Un titolo, questo Pantheist, che non mi non mi appaga come vorrei e che mi costringe a marchiare uno dei miei gruppi preferiti con un voto tendenzialmente interlocutorio, peraltro maturato – in extremis – grazie a qualche stralcio disseminato nella tracklist (One Of This Funerals, parte di The Storm) ed alle due tracce post Be Here (esclusa, sia ben inteso, l’insopportabile e noiosa Live Through Me). Il 70 che “stampo” a fondo pagina è dunque il frutto di episodi sporadici generati nell’ambito di un progetto a mio avviso parzialmente sfuocato e/o volutamente indecifrabile a livello stilistico (ma comunque sempre più lontano dallo spirito originario): ovvio che nella valutazione complessiva confluisce pure il contributo (positivo) per la realizzazione del prodotto e la quota parte (anch’essa positiva) relativa alla rappresentatività del trademark Pantheist all’interno della scena.Detto ciò, Pantheist, è un’opera che – confrontata alla precedente – mostra alcune ombre che devono far riflettere Kostas sull’opportunità di chiudersi in un mood esageratamente ragionato, spropositatamente incline alla penetrazione di mercato ed altresì poco attento nei confronti dell’effettivo valore artistico. Non vorrei mai profetizzare una simile evenienza, tuttavia questa è la strada (pragmatica) che intraprendono molti musicisti di valore, consapevoli dei propri mezzi, e costretti – per sopravvivere in un mondo che premia il perbenismo sonoro – a mut(u)are le proprie priorità. Così non fosse, dovrei pensare che il Pan si sia bevuto parte della sua proverbiale ispirazione… Avendo appreso che certa gente può (e deve) fare di meglio, potete comunque procurarvi l’album chiudendovi nei suoi momenti migliori.Vi "torna"?
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Malevolentia - Ex Oblivion

Il ruolo delle parti sinfoniche all'interno del metal è sempre stato fonte dell'apoteosi e della condanna per molte band che inseriscono tali elementi nelle loro produzioni.Troppo spesso le tastiere e le orchestre fungono da fumosi artifizi con l'obiettivo di catturare l'attenzione del fruitore e distrarlo dalla pochezza a livello compositivo presente in un disco, risultando in queste occasioni eccessivamente invadenti e persino scontate. L'inserimento di interludi con richiami verso la musica classica talvolta tende infatti a sfruttare una non vasta conoscenza dell'ascoltatore in tale ambito, per circondurlo con melodie edulcorate.Ciò che quindi molti contestano agli autori di metal sinfonico, specie quando si tratta delle frange più estreme, è un utilizzo sregolato e svalutato della tastiera (o dell'orchestra).Fortunatamente accanto a chi abusa delle sezioni di strumenti classici esiste anche chi sa dosare sapientemente la loro presenza: tra questi ultimi si annoverano i francesi Malevolentia, autori di un black metal accompagnato da orchestrazioni intercalate con parsimonia. Ciò che fa prendere tale posizione è l'ascolto dell'ultima fatica della band di Belfort, dal titolo Ex Oblivion, che segna un miglioramento rispetto al predecessore Contes Et Novelles Macabres in cui gli arrangiamenti sinfonici soffrivano di spazi limitati e risultavano nel complesso acerbi.Sin dall'accoppiata iniziale emergono i due aspetti che contraddistinguono quanto si ritrova in Ex Oblivion: la magniloquenza e l'efferatezza. La prima presente nel preludio Ex Libris Oblivionis introduce ad un mondo dalle sembianze d'incubo; la seconda è nel sangue della formazione francese, che con Serment De La Corde condensa la propria malvagità in quattro minuti di impetuose folate, senza nascondersi dietro alcuno strumento classico.Il rito officiato nei quarantasette minuti si svolge interamente nella lingua madre della band, che conferisce un carattere mistico alle liriche. La liturgia s'interrompe solamente con l'intermezzo Dies Irae che prepara il terreno all'invocazione lovecraftiana:Ia! Ia! Cthulhu fhtagn!per poi proseguire in un crescendo che culmina con La Geste Du Corbeau con cui si chiude ieraticamente il cerchio.L'esecuzione della band è minuziosamente curata: in particolare rimane impresso il cantato truculento di Spleen che è autrice di uno scream belluino, ricorrendo anche ad urla strazianti ed acute di filthiana memoria. La vocalist inoltre adorna i brani con parti parlate e sussurri serpentini, fino ad arrivare ad inserire dei veri e propri gemiti nella chiusura di La Nonnet Et L’Incube. Non ultima la presenza di vocalizzi da soprano all'interno di alcuni stacchi strumentali, probabilmente ad opera della stessa cantante, mostrano quanto sia versatile l'ugola dei Malevolentia. Le chitarre, curate da Arbaal, sviscerano riff brucianti ottenuti dall'assestamento di vorticose pennate alla sei corde, dimostrandosi inarrestabili tranne che per pochi spiragli di calma in cui emergono melodie malsane. L'arpeggio di Dagon è un ottimo esempio di come il distacco dalla maciullazione delle corde possa essere molto suggestivo, inserendosi nella sinistra evocazione del Grande Antico. Lo squadrone addetto alla ritmica è brutalmente preciso, ogni colpo è indirizzato al massacro senza che le soluzioni appaiano ripetitive. Nei momenti in cui non è il blast beat a sostenere il lavoro, si odono giochi di piatti e fraseggi del basso che impreziosiscono l'architettura dei brani. Il pulsare palpitante delle cinque corde di Tzeensh inonda di basse frequenze che amplificano la maestosità delle atmosfere.Per quanto riguarda gli inserti orchestrali, questi sono stati composti da Arbaal in collaborazione con Shade. Oltre all'ottima capacità di arrangiamento dei due si segnala l'utilizzo di una notevole varietà di strumenti: oltre ai consueti ensemble d'archi e cori si ritrovano altisonanti ottoni, campane funeree e timpani tuonanti. L'impiego di questa grande varietà di dispositivi, abbinato alla scelta di soluzioni articolate e di grande effetto, fa sì che le arie epiche diventino un elemento portante al pari della componente black metal nel sound dei transalpini.La perizia dei musicisti è corroborata da una produzione dal suono sufficientemente nitido che, pur mantenendo il calore delle valvole, tiene in particolare considerazione l'inserimento delle orchestrazioni così da evitare fastidiosi sconfinamenti. La base black rimane costantemente in primo piano, senza necessità di nascondersi dietro ad ingannevoli arabeschi: dalla parte centrale del disco le sinfonie sembrano anzi inserirsi con naturalezza, creando un'alternanza tra momenti intensi e momenti più ariosi che alleggerisce l'ascolto senza lasciare spazio alla noia.I picchi compositivi, sebbene non si segnali la presenza di filler nella tracklist, si possono ritrovare nella solenne A L'Est D'Eden, nell'incalzante Dagon e nella conclusiva La Geste Du Corbeau.Con Ex Oblivion i Malevolentia dimostrano di avere delle ottime idee e saper coniugare il black metal sinfonico in modo personale e maturo, sviluppando all'interno del disco un percorso musicale che, in un'ascendente spirale, trascina l'ascoltatore senza scampo fino alla conclusione della cerimonia.Ascolto fortemente consigliato non solo agli amanti del genere. Le capacità di questi francesi, ne sono certo, lasceranno sorpresi anche gli amanti più intransigenti del black.
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Demo::.. Midian - Screaming Demon

È sempre bello rimanere piacevolmente sorpresi da band giovani e soprattutto italiane come i Midian; progetto inizialmente creato nel 2007 e portato avanti unicamente dal chitarrista Valerio Passaretti, decisosi poi nel 2009 a reclutare i musicisti che sarebbero andati a formare la line-up finale della band, composta infine da Gianluca Bertolino alla chitarra ritmica, Omar Noviello alle quattro corde, Andrea La Vecchia dietro le pelli e Miriam Granatello alla voce. I ragazzi dopo mesi di lavoro hanno concluso e presentato questo Screaming Demon.Quello proposto dalla band è un thrash-death abbastanza standard ma, fortunatamente, non banale. L’album viene aperto da un intro davvero intrigante per poi iniziare a far scuotere le teste con pezzi come Living Madness, che contengono tutto ciò che un gruppo estremo del genere deve possedere: chitarre pesanti dal suono oscuro e una sezione ritmica serrata e potente, senza scadere nel già sentito. Molta cura è stata senz’altro riservata ai i riff, mai ripetitivi, e i bridge, che aggiungono un tocco di brillantezza alla musica proposta dalla band, senza parlare delle parti soliste, su cui sono certo che Valerio Passaretti abbia passato molto del tempo necessario alle registrazioni (otto mesi!). E a proposito di Screaming Demon, sembra proprio quella di un angelo caduto la voce di Miriam Granatello, una delle peculiarità del suono della band: l’Angela Gossow dei Midian regala al gruppo una marcia in più, fornendo una grande prestazione che non è unicamente tecnica ma anche interpretativa.A mio parere gli episodi migliori dell’album sono là già citata Living Madness insieme alla forsennata Buried Alive, alla più riflessiva Dark Eden, all’ottima Divine Deletion e all’angosciante Eternal Ways Of Sorrow, ma uno degli aspetti più interessanti del cd è che non esistono veri cali qualitativi e che non esistono motivi per non godersi questo lavoro tutto d’un fiato. Non si può poi ignorare la settima traccia, Midian, come la band: strumentale, virtuosa, accattivante.Non posso che concludere facendo i miei complimenti a questi musicisti, augurandogli buona fortuna e auspicando che riescano ad ampliare il successo che già stanno strappando in questo paese. Arrivederci al prossimo album!
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5 Questions With CypherSeer

5 Questions With... is your chance to get to know a new or up-and-coming metal band. CypherSeer hail from New Jersey, and Origins is their sophomore CD. Guitarist Sergio Ribeiro introduces us to his band.

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Pentagram - Last Rites Review

Last Rites is the final piece in this unlikely comeback story.  It's hard not to root for Bobby Liebling, despite his bad behavior. When he's straight he seems likeable and genuinely grateful to be given a tenth chance. The difference between Liebling and other comeback artists like Anvil, in addition to addiction, is talent.  If you listen to the collection First Daze Here and Pentagram's masterpiece Relentless, it's apparent Liebling sabotaged a wildly promising career with excess. He now has a final chance to set the ship right.

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